Il 31 dicembre 1991 segna ufficialmente la fine dell’Unione Sovietica. A Natale Gorbaciov si era dimesso da presidente. A capodanno, poi, “nasce” la Russia.

La fine del 1991 fu caratterizzata dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, al termine di un processo innescatosi con la caduta del muro di Berlino. L’elezione di Michail Gorbaciov a segretario del Pcus e la fase finale della Guerra Fredda impressero l’accelerazione decisiva per la fine di un sistema nato nel 1922 sulle ceneri dell’impero zarista. L’Urss raggruppava 15 repubbliche socialiste.

Il colpo di stato di agosto

La perestrojka e la glasnost (riforme e trasparenza) adottate da Gorbaciov portarono a galla le difficoltà economiche dell’Unione Sovietica, nonché i contrasti nazionalistici. Così, nel 1990 tutte le singole repubbliche socialiste tennero le prime elezioni libere e democratiche. Poi, nel 1991 fu sciolto il Patto di Varsavia. Nell’agosto, infine, ci fu il tentato colpo di Stato da parte di alcuni membri del governo al fine di deporre Gorbaciov. Boris Eltsin assume il controllo del potere.

Gli ultimi giorni dell’Unione Sovietica

Il processo di dissoluzione dell’Urss avanzava verso la costituzione della Comunità degli Stati Indipendenti. Il 25 dicembre 1991 alle ore 18 Gorbaciov si dimise da presidente dell’Unione Sovietica e dichiarò abolito l’ufficio, inoltre conferì tutti i poteri e l’archivio presidenziale sovietico al presidente Eltsin. Alle 18.35 la bandiera sovietica sopra il Cremlino fu ammainata e sostituita con il tricolore russo. Infine il 31 dicembre 1991 l’Urss si dissolse ufficialmente.


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