Sandro Tonali racconta il suo percorso di rinascita dopo la squalifica per scommesse: il supporto dello psicologo è stato essenziale.
La carriera di Sandro Tonali ha subito un brusco stop a causa della squalifica per scommesse, un evento che lo ha costretto a un lungo periodo di riflessione e cambiamento. Il centrocampista del Newcastle e della Nazionale Italiana, fermato per dieci mesi, ha trascorso questo tempo lontano dai riflettori, concentrandosi su un percorso di recupero psicologico.
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Un percorso difficile lontano dal campo
All’inizio, la consapevolezza della sua dipendenza non era immediata. Come ha raccontato in un’intervista a Repubblica, Tonali ha descritto così la sua trasformazione: “Non è esagerato parlare di una prima e di una seconda vita. Il mio stile di vita era negativo. Ero chiuso con tutti e questo mi faceva cambiare comportamento: anche con le persone che mi volevano bene e alle quali volevo bene. Ero così sia al campo di allenamento sia a casa, con amici e familiari. Oggi, per fortuna, sono diverso.”
Uno degli aspetti più difficili da affrontare è stato comprendere la gravità del problema, anche perché, come ha spiegato lui stesso, “di solito lo si capisce nel momento in cui si perde qualcosa: famiglia, lavoro, stipendio. Invece nel mio caso la disponibilità economica non mi ha fatto accorgere della serietà della cosa.”
Il ruolo dello psicologo e il distacco dalla tecnologia
Per affrontare la sua dipendenza, Tonali si è affidato a un team di esperti, lavorando con uno psicologo e uno psichiatra per diversi mesi. Non potendo assumere farmaci specifici a causa delle restrizioni antidoping, il recupero è stato interamente mentale. “È stato un lavoro di recupero difficile. Non potevo prendere farmaci specifici, perché col 95% di quelli sarei risultato positivo all’antidoping, così è stato tutto un percorso mentale: durato mesi, con psicologo e psichiatra.”
Un altro aspetto su cui ha dovuto lavorare è stato il rapporto con il cellulare e la tecnologia. Per sei mesi ha vissuto senza telefono, un’esperienza che gli ha fatto riscoprire una libertà ormai dimenticata. “Nell’ultimo anno non l’ho avuto per 6 mesi. Certo ho provato un senso di libertà: la sensazione di essere a posto anche senza. Prima non potevo fare da stanza a stanza, oggi lo prendo quando esco di casa e lo lascio rientrando. Lo riprendo solo se mi chiamano mamma, papà o qualche mio familiare. E coi social il rapporto è minimo.”
La vera svolta, però, è arrivata con la presa di coscienza del problema. “Quando ho avuto la consapevolezza che le scommesse erano diventate una dipendenza? Credo in realtà di non averla mai avuta. Quando una persona si ritrova in una situazione del genere, è difficile chiederle se è malata. Ti dirà sempre di no. Anche se sente che non è così. Non può pensare di avere quel problema, quindi tende a nasconderlo.”
Un lungo percorso che oggi gli permette di guardare avanti con una nuova consapevolezza, pronto a tornare in campo con una mentalità completamente diversa.