Se l’immaginazione diventa artificiale: cosa resta dell’anima nell’arte generata da un codice.
È di questi giorni la notizia che il nuovo aggiornamento di ChatGPT consente di creare ritratti ispirati ai capolavori di Hayao Myzaki. Sui social è corsa a trasformare sé stessi o personaggi noti come Musk o Trump in Mahito Maki o Howl; lo stesso CEO di OpenAI, Sam Haltman, ha postato come foto profilo un suo ritratto in versione Studio Ghibli.
Un passo indietro. Ghibli è uno studio di produzione cinematografica giapponese di film di animazione fondato nel 1985 da Hayao Myzaki, che ha realizzato film per bambini acclamati dalla critica mondiale. Nel 2003 e nel 2024 Myzaki ha vinto l’Oscar rispettivamente per “La città incantata” e “Il ragazzo e l’airone”.
Ebbene l’intelligenza artificiale, con l’ultimo aggiornamento di ChatGPT, è in grado di creare immagini “in stile” Studio Ghibli. È l’ennesimo caso in cui si apre il tema della violazione dei diritti degli autori o, comunque, di chi vanta diritti sulle opere imitate. Molteplici le cause, negli Stati Uniti, in Europa, in Cina. OpenAI ha dichiarato che il suo modello non copia lo stile di singoli artisti in vita ma, nel caso Ghibli come in altri, il riferimento estetico alle opere di Myzaki è innegabile!
Queste attività riguardano anche il mondo letterario e musicale. La scorsa settimana un Tribunale della California ha emesso una prima sentenza che però non risolve il contrasto: Universal Musica Group e altre società detentrici dei diritti su opere musicali protette dal diritto di autore, nell’ottobre 2023, avevano richiesto un’ingiunzione nei confronti di Anthropic, che produce il chatbot Claude, per impedirle di utilizzare le opere protette per addestrare il chatbot, chiedendo anche un risarcimento del danno dato che, ricevuta una domanda degli utenti, Claude rispondeva alle domanda con copie letterali o quasi letterali dei testi delle canzoni. Antropich AI si è difesa sostenendo che i brani erano utilizzati, con altri, per addestrare la macchina a fini non commerciali ma educativi.
La controversia, è stata definita a gennaio con un accordo parziale con cui la questione del fair use non è stata risolta ma in cui è stata prospettata una soluzione pratica: creare un super filtro che dovrebbe schermare gli accessi alle opere per cui, per il caso in cui l’intelligenza artificiale debba essere addestrata con un’opera protetta, venga chiesta l’autorizzazione e siano pagati i diritti.
È invece della settimana scorsa la sentenza in cui il Tribunale della California si è pronunciato sulla richiesta di risarcimento dei danni che non sono stati riconosciuti.
La causa però più celebre, ancora aperta e che ha avuto un’ampia risonanza nella stampa non solo americana, è quella che vede sempre coinvolta OpenAI, con Microsoft, e il New York Times. Il 27 dicembre 2023 la celebre testata ha citato OpenAI e Microsoft davanti alla Corte distrettuale di New York, contestando la violazione del copyright, poiché Open AI e Microsoft avevano, senza il suo consenso, utilizzato milioni di suoi articoli per addestrare ChatGpt e Pilot.
I legali del New York Times hanno sottolineato l’importanza del giornalismo per la democrazia e che le azioni di OpenAI e Microsoft mettono in pericolo il servizio che il NYT fa alla società, contestando anche la produzione delle “allucinazioni”, ossia delle risposte sbagliate date per vere, che ha portato ChatGPT ad attribuire al quotidiano contenuti mai prodotti, danneggiandone la credibilità agli occhi dei lettori.
Nel frattempo, un paio di mesi fa, sono state OpenAI e Microsoft a citare il giornale per aver utilizzato “richieste ingannevoli” per convincere le intelligenze artificiali a rigurgitare i dati di addestramento ma la loro domanda è stata rigettata.
Attesissimo invece il verdetto sulle richieste del New York Times , in modo da creare un precedente che chiarifichi una materia a dir poco esplosiva.