Tragedia Crans-Montana: lettera a vittime e sopravvissuti
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Direttore: Franco Ferraro

Crans-Montana: lettera a chi non ce l’ha fatta e a chi è ancora tra noi

fiori e omaggi a Le Constellation, locale di Crans-Montana dopo la strage

Il ricordo delle vite spezzate e il coraggio dei sopravvissuti nell’inferno del Le Constellation: un invito ad aggrapparsi alla “grammatica del futuro” e alla speranza.

Ciao Giovanni, ciao Chiara, ciao Achille, ciao Emanuele, ciao Sofia, ciao Riccardo. Qui sulla terra è un casino. Il dolore è una neve sottile, i pensieri sono sci che fendono il presente e fanno valanga del futuro dei vostri genitori, gemiti di cuore, tormento infinito. Voi siete da qualche parte, forse in uno spicchio di questo cielo che sovrasta il nostro inutile correre sempre da qualche parte, quando invece è la pace la dimensione perfetta, un pianeta di piccole cose, il bacio di una madre, la partita con papà, il vaffa a tua sorella che non capisce.

C’è un verso luminoso di una poesia di Emily Dickinson: ”Il Paradiso è quella vecchia casa/in cui abitiamo ogni giorno/senza sospettare quale sia la sua vera natura/finché non la lasciamo”. Le vostre case oggi sono abitate da un vuoto angosciante: parlano i libri sulla scrivania, i poster sui muri, il caricabatterie di quel telefono che non suonerà più, che non pulserà di speranze e sogni, ormai è fuso, informe poltiglia in quella cantina d’inferno e di morte. Speranze e sogni, tanta roba, ignifuga, sulla carta, come il soffitto del Le Constellation. E per questo bruciate in una grande fiamma, spente da uscite di sicurezza chiuse dal di dentro, azzerate da scale troppo piccole per liberare la fuga verso la vita.

Io non ho avuto figli, ma voi siete miei ogni volta che chiudo gli occhi e vi penso, siete luce da indossare in questo mondo folle, dove il buio è senza orario né latitudine, siete una carezza sul cuore che arriva da mani improvvise, e le aspetto come si aspetta la sorpresa più bella, e dolce, quella che agguanta l’emozione e la porta in Paradiso, appunto.

il locale della strage di Crans-Montana Le Constellation dopo la tragedia
Crans-Montana, il locale Le Constellation – newsmondo.it

L’apprendistato del dolore

Io non so se in Paradiso vivono i ricordi, sulla terra invece sì. A questi si aggrappano i vostri genitori, ricordi che brulicano nei dettagli, forse banali se fosse stata ancora vita, persino irritanti se vita fosse ancora. Dettagli come petali o come pietre, a seconda dei momenti. Si lasciano sfiorare dai primi, cercano di schivare le seconde. Non possono restare fermi: lo strazio è un killer silenzioso, la pena si accoda. Io non so tante cose.

Tantomeno parlare ai vostri genitori. “L’uomo è un apprendista, il dolore è il suo maestro” sosteneva Alfred De Musset. Il dolore insegna e noi apprendiamo, travolti da concetti impercettibili eppure pesanti, come quel soffitto di legno e di fuoco che si è abbattuto sui vostri giovani e sfortunati respiri. Perdonatemi, adesso vi lascio, ma solo per un po’: devo scrivere ai vostri amici. Torno presto.

La battaglia per la vita e le cicatrici dell’anima

Ciao Sofia, ciao Leonardo, ciao Kean, ciao Francesca, ciao Elsa. Avete gli occhi chiusi, ma siete vivi. La vostra pelle urla, i pori sono microscopici forni, i polmoni supplicano l’ossigeno. È una guerra, lo so. La morte non vuole mai fare prigionieri. Ma bisogna lottare, depistare le fughe in avanti del destino, fargli capire che si è sbagliato, che c’è altra vita da vivere.

Sarà dura, difficile, sarà una terra all’inizio desolata, un viaggio con un corpo diverso, dentro e fuori. Un viaggio lungo, su un sentiero impervio, ma non impossibile per gente forte come voi. “Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici”. (Avrei voluto scriverla io, ma è di Khalil Gibran). E voi avete entrambe: sofferenza e cicatrici. Quindi sarete invincibili. Anche se i giorni in salita saranno tanti, grumi di sconforto, fucine di dubbi. Dovete ridurli a un sottilissimo velo, quasi trasparenti, in attesa che sfarinino.

Avete con voi, meglio, dentro di voi i vostri genitori: anche loro guerrieri moderni, armati d’amore. Vi daranno forza, schiacceranno ogni seme di depressione, allontaneranno le tenebre dell’anima, spezzeranno il ritmo al cuore della disperazione. Saranno radura in un bosco fitto, taglieranno i rami più minacciosi, vi apriranno lo sguardo sull’azzurro del cielo. Ammiratelo, scrutatelo, darà filo da torcere alla tristezza, che è un passare di nuvole, ricordatelo sempre.

La grammatica del futuro e la narrazione della speranza

Penserete al passato, e potrà apparirvi come una bestia famelica o come il rifugio perfetto. Non fatevi azzannare, aggredite voi se necessario. Ma non commettete l’errore di cercare protezione in quel tempo, prima di quella maledetta notte. Aprite, ogni tanto, una finestrella su quel tempo, sbirciateci dentro. Poi richiudetela. Se restasse aperta, da lì entrerebbe di tutto e vi fareste male.

E il male che avete dentro è già troppo. Affidatevi alla grammatica del futuro. Aggrappatevi all’amore, date retta alla speranza. “La speranza porta con sé una grande mitezza, perché non estorce niente” sostiene, nel suo ultimo splendido saggio, il filosofo Byung-Chul Han. E ancora: ”La speranza è loquace. La speranza narra. L’angoscia, di contro, non può accedere al discorso, non sa farsi racconto”. Ecco, non dimenticatelo: siamo, saremo in tanti a narrare. E so che, accarezzando la pazienza, ci raggiungerete.

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ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2026 9:34

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