Il 2025 fa registrare un significativo rallentamento nello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili.
È quanto emerge dal rapporto che Legambiente ha presentato nel corso della XVIII° edizione del Forum QualEnergia.
I dati Legambiente: in calo le rinnovabili
Il dossier testimonia come, da un lato, l’ultimo triennio sia stato contraddistinto da una crescita considerevole, alla quale fa da contraltare la frenata fatta registrare nei primi dieci mesi del 2025.
Rispetto al 2022, la potenza installata ha raggiunto quota 79.684 MW (+32%); di segno positivo anche il dato relativo al numero degli impianti (181.768, +22,4%). Per quanto riguarda la produzione (98.712 GWh), ha coperto il 42,4% del fabbisogno nazionale.
Diverso, invece, lo scenario restituito dal confronto tra i primi dieci mesi del 2025 e lo stesso periodo dell’anno precedente: calano la potenza installata (-10,6%), il numero di impianti installati (-27%) e la produzione (-2,5%). Nello specifico, fatta eccezione per la produzione di energia geotermica e con biomasse (che è quasi decuplicata), gli altri segmenti sono tutti in calo: idroelettrico (-20%), eolico (-20%) e fotovoltaico (-12,2%). Il risultato è un ‘delta’ negativo in termini di Megawatt prodotti (-642 MW).
Aree idonee: il caos normativo e la frammentarietà dei progressi
All’interno del dossier, Legambiente ha fatto anche il punto in relazione alle cosiddette “Aree Idonee”, ossia le zone – individuate in maniera autonoma dalle singole regioni – da destinare all’installazione di nuovi impianti solari fotovoltaici.
A livello normativo, spiega l’associazione, “la prima Regione a muoversi in materia di Aree Idonee è stata la Sardegna che con la Legge Regionale n.20/2024 ha reso il 99% del territorio non idoneo”. Prima che una sentenza del TAR del Lazio giudicasse “illegittimo” il Decreto Aree Idonee, altre regioni avevano avanzato una proposta di legge, ovvero Calabria, Lombardia, Puglia, Piemonte, Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia, Toscana e Umbria. Il TAR si è poi espresso anche sulla Legge Regionale promulgata dalla Sardegna, dichiarandone l’illegittimità costituzionale poiché, sottolinea il dossier di Legambiente, “l’articolo 3, che introduceva una moratoria di 18 mesi sull’installazione di impianti a fonti rinnovabili su tutto il territorio,è stato ritenuto in violazione dei principi stabiliti dall’articolo 20 del DL n°11/2021”.
Il quadro che emerge dall’analisi di Legambiente, tanto su scala locale quanto nazionale, è caratterizzato da forti criticità e da una marcata disomogeneità; molte regioni sono particolarmente indietro rispetto agli obiettivi sullo sviluppo delle Aree Idonee. In relazione ai target da raggiungere entro il 2030, le tre regioni peggiori per progresso percentuale sono la Valle d’Aosta (10,1%), il Molise (13,6%) e la Calabria (15,5%) mentre le tre che hanno accumulato il gap più ampio da colmare entro i prossimi cinque anni sono la Sicilia, la Sardegna e la Calabria alle quali mancano, rispettivamente, 697 MW, 438 MW e 366 MW di potenza aggiuntiva ancora da installare. Senza una decisa accelerazione, queste regioni raggiungeranno i propri obiettivi con ritardi che oscillano tra i 18 e i 21 anni.
Le regioni più virtuose, invece, sono il Lazio (con il progresso percentuale più alto, 54,5%) e il Friuli-Venezia Giulia; segue il Trentino (40,6 %), la sola altra regione a scollinare il 40%.

I riflessi sul mercato energetico
Lo sviluppo delle FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) ha una duplice implicazione; l’integrazione di energia ‘pulita’ all’interno del sistema di produzione e distribuzione dell’elettricità, infatti, non ha un impatto positivo soltanto sull’ambiente ma anche sulle dinamiche di mercato e sull’economia di settore.
Il solare fotovoltaico, al pari dell’idroelettrico e dell’eolico, contribuisce alla diversificazione del mix energetico, un aspetto fondamentale per rendere il mercato più sostenibile. In estrema sintesi, ciò vuol dire anzitutto ridurre la dipendenza dal gas e limitare le oscillazioni di prezzo che contraddistinguono in particolar modo il mercato italiano. Il motivo è piuttosto semplice: il gas (prima quello russo, ora principalmente quello importato da Azerbaigian e Algeria) resta ancora il vettore energetico più utilizzato nella produzione nazionale di elettricità. Di riflesso, la volatilità del prezzo del gas ha riflessi costanti su quello dell’energia elettrica.
Gli utenti, sempre più consapevoli degli effetti dell’instabilità del mercato, sono diventati più selettivi e maggiormente propensi a valutare – e sottoscrivere – offerte commerciali in grado di garantire costi stabili anche sul medio periodo.
In questo scenario, si è inserita Reset Energia, un operatore di mercato che implementa un approccio diverso da quelli tradizionali. L’azienda, che ha alle spalle un gruppo industriale più grande, è stata fondata da Tommaso Calemme e Anass Tai, propone agli utenti privati un servizio di fornitura a canone mensile fisso, vincolato ad una fascia di consumo. Il modello Reset ne prevede tre diverse, ciascuna con una soglia specifica, in grado di adattarsi alle necessità economiche e all’effettivo fabbisogno dei nuclei familiari più diversi. L’importo del canone è ‘tutto compreso’, in quanto include anche gli oneri generali di sistema, le imposte e l’IVA. Ulteriori dettagli sono disponibili sul sito del fornitore, al pari di numerosi approfondimenti a tema come, ad esempio, quello intitolato “come si legge la bolletta della luce”, utile per orientarsi rispetto alle tante voci di spesa presenti in bolletta.
Prospettive future: le proposte di Legambiente
Al netto della complessità dello scenario energetico nazionale e continentale, e dei fattori economici, geopolitici e climatici che possono condizionarne lo sviluppo, le fonti rinnovabili rappresentano il futuro dell’energia. Di contro, gli obiettivi nazionali e comunitari, sul breve e lungo periodo, richiedono un enorme sforzo e un deciso cambio di passo; è quanto sottolinea Legambiente nel dossier di cui sopra: investire sulle rinnovabili “abbandonando le fonti fossili e la falsa soluzione offerta dal nucleare” è una delle 12 proposte formulate dall’associazione.
Quest’ultima propone, inoltre, di “avviare processi partecipativi nei territori coinvolgendo le comunità locali” e, al pari di molte associazioni e operatori del settore energetico, “lo scorporo dal prezzo finale tra gas e rinnovabili”, probabilmente la sfida più complessa da affrontare nei prossimi anni. In aggiunta, Legambiente rimarca l’importanza di “rafforzare e accelerare le politiche sviluppo della rete, anche al fine di accorciare tempi di connessione degli impianti alla stessa”. A questa proposta si aggiunge quella di sviluppare campagne di sensibilizzazione che coinvolgano i territori e la popolazione locale e le amministrazioni, al fine di migliorare l’informazione “sui benefici degli impianti a fonti rinnovabili“.