La crescente umanizzazione degli animali domestici e il suo impatto sulla relazione uomo-cane: una riflessione tecnologica e culturale sullo smartphone per cani.
Nel corso degli anni, il rapporto tra esseri umani e animali domestici ha subito una trasformazione significativa. Gli animali, un tempo considerati principalmente per il loro ruolo funzionale nelle attività umane, sono ora visti come veri e propri membri delle famiglie. Questo cambiamento ha portato con sé una serie di innovazioni e prodotti che cercano di rendere la vita degli animali più simile a quella degli umani, suscitando però dibattiti sulla loro reale efficacia e necessità. Tra queste novità, lo “smartphone per cani” ha attirato particolare attenzione e critiche.

La controversa introduzione dello smartphone per cani
Presentato al CES di Las Vegas del 2026, lo “smartphone per cani” ha creato scalpore non tanto per le sue caratteristiche tecniche, ma per il concetto alla base. Questo dispositivo, che include un GPS, una telecamera e un sistema di comunicazione bidirezionale, permette ai proprietari di “chiamare” il proprio cane e vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Tuttavia, la critica principale riguarda il modo in cui questo strumento potrebbe influire negativamente sul benessere degli animali. La possibilità di comunicare con i cani da remoto senza la presenza fisica rischia di creare confusione e stress nell’animale, che potrebbe sentirsi disorientato dal sentire la voce del suo proprietario senza percepirne la presenza fisica, l’odore o i segnali non verbali. Questo approccio tecnologico sembra sottolineare una tendenza crescente a voler i benefici della compagnia animale senza il fastidio della presenza costante, con conseguenze potenzialmente negative per il cane.
Umanizzazione e cambiamento del rapporto uomo-animale
La tendenza a umanizzare gli animali domestici non si limita allo smartphone per cani. Negli ultimi anni, il mercato ha visto l’introduzione di numerose innovazioni destinate a trasformare i cani in accessori di lusso: dagli hotel con menu gourmet ai saloni di bellezza per animali, fino ai passeggini per cani che potrebbero camminare autonomamente. Questo fenomeno è stato definito dagli etologi Brian Hare e Vanessa Woods come la “terza ondata di domesticazione”, un processo che sembra selezionare cani per diventare sempre più “sociali” e meno legati alle loro origini naturali. La relazione tra umani e cani, che si è sviluppata nel corso di migliaia di anni attraverso la co-evoluzione e la comprensione reciproca, rischia di essere minata da questi strumenti tecnologici che non riescono a catturare la complessità del linguaggio e delle necessità sensoriali degli animali. Invece di arricchire la vita dei cani, queste innovazioni potrebbero privarli della loro identità naturale, proiettando su di loro desideri e bisogni umani.