È stato presentato all’Università di Modena e di Reggio Emilia il Rapporto 2026 di AlmaLaurea, organizzazione nata nel 1994 con l’obiettivo di valutare le performance di studio e gli sbocchi lavorativi dei laureati.
Le conclusioni fotografano una realtà tutt’altro che rosea: a cinque anni dalla laurea, le donne guadagnano il 15 per cento per cento in meno rispetto agli uomini e, se ambiscono alla maternità, il divario sale al 34 per cento.
Eppure, da anni, i dati parlano chiaro: le ragazze sono più brillanti negli studi, si laureano prima e con voti decisamente più alti dei compagni: 60,9 per cento di laureate in corso contro il 55,4 per cento dei laureati; media dei voti del 104,5/110 contro il 102,6/110.
Quando però dalle lauree triennali si passa alle magistrali e, quindi, ai dottorati di ricerca la presenza delle donne cala: le lauree femminili di primo livello sono il 59,4 per cento per scendere al 57,8 per cento alle magistrali e ridursi al 49,7 per cento dei dottorati di ricerca.
I temi dell’autosegregazione permangono, seppur affievoliti. Oggi ben il 41,1 per cento dei laureati in materie STEM è donna, ma il dato non cresce dal 2015: in questo senso, sarà interessante verificare gli effetti delle politiche messe in atto negli ultimi anni, fin dalla scuola primaria, per avvicinare le ragazze a queste materie tradizionalmente trascurate in favore delle discipline umanistiche.
I divari tra donne e uomini
Peraltro, contrariamente a quanto sarebbe lecito aspettarsi, per le donne gli sbocchi al mondo del lavoro e le retribuzioni sono inferiori rispetto agli uomini anche nel mondo STEM: il livello di disoccupazione delle laureate in materie tecnico scientifiche è del 3,7 per cento superiore a quello dei laureati, sebbene si tratti comunque di ambiti ad altissimo tasso occupazionale se si considera che ben il 91 per cento dei laureati in queste discipline trova lavoro. Il gap retributivo resta però il medesimo.
Mentre le STEM restano a prevalenza maschile i settori dell’educazione della cura si confermano appannaggio pressocché esclusivo delle donne: il 95 per cento dei laureati in queste materie è donna e, a tal proposito, scrivono i ricercatori di AlmaLaurea concludono: “sembrerebbe che agisca una canalizzazione precoce delle scelte formative, che indirizza in misura prevalente le donne verso professioni di educazione di cura”. Insomma alla bimba la bambola e al fratello il Lego.

Guardando alla famiglia di origine, il 70 per cento delle laureate non ha genitori laureati contro il 62,8 per cento dei ragazzi e, altro dato significato, quando hanno genitori laureati, le ragazze tendono molto di più dei ragazzi a non seguire le orme dei genitori ma a scegliere lauree diverse; questo divario si accresce in quelle facoltà, come giurisprudenza o medicina, in cui spesso la laurea è accesso alla libera professione.
Nel commentare i risultati, Gianna Fragonara e Orsola Riva del Corriere della Sera hanno acutamente riflettuto sul fatto che sarebbe davvero interessante verificare se, in quest’ultimo caso, il fatto di seguire la tradizione familiare non rifletta il maggior investimento che i genitori – i padri in particolare – fanno sulle carriere dei figli maschi per vederli ereditare lo studio di famiglia. Chiaro che, anche in questo caso, saremmo di fronte a uno stereotipo duro a morire.
Infine, oltre al divario retributivo, i risultati certificano anche un divario di inquadramento: agli uomini vengono offerti più spesso contratti a tempo indeterminato (57,8 per cento contro 52,1 per cento) e impieghi di più alto livello, sia nel settore privato che in quello pubblico.