Chi era davvero Pietro Valpreda? La ricostruzione del caso Piazza Fontana: dalle accuse del 1969 alle contraddizioni fino all’assoluzione definitiva del 1985.
Il caso di Pietro Valpreda rappresenta uno dei momenti più controversi della storia italiana del dopoguerra. Dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 fino alla sentenza definitiva del 1985, la sua figura è stata al centro di una narrazione che lo ha trasformato rapidamente da sospettato a colpevole agli occhi dell’opinione pubblica.
Dalla strage di Piazza Fontana alle accuse: la costruzione del “mostro”
Il giorno dopo la strage di Piazza Fontana, i giornali aprirono con la notizia della bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tra i fermati compare subito Pietro Valpreda, ballerino anarchico milanese.
Nonostante dichiari di trovarsi a Roma, una testimonianza si rivela decisiva: il tassista Cornelio Rolandi sostiene di aver accompagnato un uomo poi identificato in lui da piazza Beccaria a via Santa Tecla.

Da quel momento prende forma una narrazione precisa. La stampa insiste sulla sua figura, descrivendolo con toni durissimi. Emblematiche le parole del giornalista Angelo Favo che lo definì “ballerino, anarchico, dinamitardo, sterminatore di innocenti”.
Parallelamente vengono ricostruiti episodi del suo passato, tra precedenti giudiziari dalla sua vita da anarchico e una perizia che lo descrive come “soggetto psichicamente anormale”. Anche alcune testimonianze contribuiscono ad aggravare la sua posizione. Viene raccontato come esperto di esplosivi per una presunta esperienza militare, circostanza che lui stesso nega con fermezza.
Tuttavia, ogni elemento sembra rafforzare l’idea della sua colpevolezza, mentre le dichiarazioni dell’imputato vengono spesso messe in dubbio.
Le contraddizioni nelle testimonianze e i primi dubbi su Pietro Valpreda
Con il passare dei mesi emergono però elementi che mettono in discussione la ricostruzione iniziale. La zia Rachele Torri sostiene che Pietro Valpreda fosse a letto con la febbre il giorno della strage, mentre successivamente si parla dell’esistenza di un possibile sosia, Gino Liverani, esperto di detonatori.
Nonostante queste indicazioni, la pista alternativa non viene subito approfondita. Nel frattempo, alcune testimonianze inizialmente considerate decisive iniziano a mostrare incongruenze. Dei colleghi dichiarano di aver visto Valpreda a Roma e fanno riferimento a un periodo diverso rispetto alla data dell’attentato.
Anche il riconoscimento del tassista appare meno solido col tempo. Solo nel 1972 la stampa comincia a dare spazio anche alla difesa, riportando la possibilità di errori nelle identificazioni e nelle ricostruzioni.
Nello stesso periodo emerge una nuova pista che coinvolge ambienti neofascisti e figure come Rauti, Freda e Ventura. Il giurista Franco Cordero interviene criticando apertamente la costruzione del “caso Valpreda”, sottolineando come gli elementi raccolti non fossero sufficienti per sostenere un’accusa così grave.
Dalla “Legge Valpreda” all’assoluzione definitiva
Nel 1973, di fronte al crescente clamore e ai dubbi emersi, viene approvata una legge che permette a Valpreda di attendere il processo in libertà, nota come “Legge Valpreda”. Intanto continuano ad affiorare elementi utili alla sua difesa.
Tra questi, la testimonianza di Carla Fracci, che racconta di aver incontrato Valpreda a Roma il giorno precedente alla strage. Un dettaglio che avrebbe potuto incidere prima sull’evoluzione del caso, ma che emerge solo successivamente.
Dopo anni di indagini, processi e revisioni, si arriva finalmente alla sentenza del 12 luglio 1985: Pietro Valpreda viene dichiarato completamente innocente. La responsabilità della strage viene attribuita ai neofascisti Freda e Ventura, condannati all’ergastolo.
La sua vicenda resta uno dei casi più discussi della storia italiana, evidenziando quanto il peso delle narrazioni mediatiche e delle testimonianze possa influenzare profondamente il corso della giustizia e la percezione pubblica di un imputato.