Antonella Di Veroli fu uccisa a Roma nel 1994 e il suo corpo venne trovato nascosto in un armadio sigillato. Il caso è rimasto irrisolto per anni ed è stato riaperto nel 2025.
Ci sono delitti che restano sospesi nella memoria collettiva perché, anche dopo decenni, continuano a non avere un volto certo, quello di Antonella Di Veroli è uno di questi. Commercialista romana di 47 anni, viveva da sola nel quartiere Talenti e venne uccisa la sera del 10 aprile 1994 nel suo appartamento di via Domenico Oliva.
Il suo nome è rimasto legato a uno dei casi più inquietanti della cronaca nera capitolina, non solo per l’assenza di un colpevole, ma anche per il modo in cui il corpo fu nascosto, in una scena rimasta impressa per anni.
Il delitto di Antonella Di Veroli e i dettagli della morte
Il corpo di Antonella fu ritrovato due giorni dopo all’interno dell’armadio della camera da letto, con le ante sigillate da mastice o silicone. Accanto al letto c’erano lenzuola insanguinate, un cuscino forato e un solo bossolo. L’autopsia chiarì un dettaglio decisivo: la donna era stata colpita alla testa con una pistola di piccolo calibro mentre si trovava a letto, ma quei colpi non furono letali.
A ucciderla fu l’asfissia, provocata da un sacchetto di plastica stretto attorno alla testa. Proprio questo insieme di particolari, tra spari, soffocamento e occultamento del cadavere, ha trasformato il caso in quello che ancora oggi viene ricordato come il “delitto dell’armadio”.

Fin dall’inizio le indagini si concentrarono su due uomini vicini alla vittima. Il primo era Umberto Nardinocchi, ex socio della commercialista, poi prosciolto. Il secondo era il fotografo Vittorio Biffani, con cui Antonella aveva avuto una relazione e al quale aveva prestato 42 milioni di lire mai restituiti. Biffani finì a processo, ma fu assolto in primo grado, in appello e infine in Cassazione. A pesare furono anche errori e lacune investigative, tra cui la gestione di alcuni reperti e la presenza di un’impronta attribuita a una terza persona mai identificata.
Il caso rimasto aperto e la riapertura dopo più di trent’anni
Negli anni il delitto Di Veroli è tornato più volte al centro dell’attenzione, anche per le richieste della famiglia di non lasciarlo cadere nell’oblio. La sorella Carla ha contestato la pista passionale, sostenendo invece che dietro l’omicidio potessero esserci ragioni professionali legate al lavoro di Antonella. Si tratta di una convinzione familiare, non di una verità giudiziaria, ma il caso è rimasto abbastanza fragile da lasciare spazio a più ipotesi, compresa quella di un possibile “terzo uomo” mai davvero chiarito.
La novità più importante è arrivata nel luglio 2025, quando la Procura di Roma ha riaperto l’inchiesta a 31 anni dall’omicidio. I carabinieri sono tornati a esaminare alcuni reperti dell’epoca, tra cui bossoli di piccolo calibro e un’impronta rilevata su un’anta dell’armadio. È questo il motivo per cui il nome di Antonella Di Veroli continua ancora oggi a riemergere: perché la sua storia non appartiene solo al passato, ma a un’indagine che cerca ancora una risposta definitiva.