Nel giro di pochi mesi, Vladimir Putin si trova davanti a una trasformazione geopolitica che segna una discontinuità profonda rispetto al passato recente.
La rete di alleanze costruita negli ultimi vent’anni si sta progressivamente dissolvendo, mentre la guerra che lui stesso ha scatenato in Ucraina continua senza una vittoria all’orizzonte. Il conflitto ucraino è il punto di partenza di questa crisi. Doveva essere rapido, risolutivo, capace di imporre un nuovo equilibrio europeo e di riportare Mosca al centro dello spazio post-sovietico. Si è trasformato invece in una guerra di attrito, lunga e costosa, che ha logorato l’apparato militare russo e, soprattutto, ha eroso la credibilità internazionale del Cremlino.
L’assenza di un risultato chiaro ha reso evidente un limite strategico: la Russia non è riuscita a tradurre la forza militare in un vantaggio politico stabile. Questo stallo si riflette direttamente sul sistema di alleanze anche nel Caucaso. Uno degli strappi più evidenti riguarda l’Armenia. Dopo il conflitto nel Nagorno-Karabakh, Erevan ha accusato Mosca di non averla difesa. Il premier Nikol Pashinyan ha progressivamente preso le distanze, aprendo all’Occidente e ridimensionando il ruolo russo nel Paese.
I passi che hanno portato la rete di alleanze a dissolversi
Il primo snodo è stato il crollo del sistema di potere in Siria legato a Bashar al-Assad. Per Mosca, Damasco rappresentava molto più di un alleato: era il simbolo del ritorno russo nel Mediterraneo, un avamposto militare e politico che garantiva profondità strategica. La sua uscita di scena ha privato il Cremlino di uno dei cardini della propria proiezione esterna.
A seguire, si è progressivamente indebolita anche la rete dei proxy armati collegati all’asse con Teheran. Organizzazioni come Hezbollah, Hamas e la Jihad Islamica Palestinese, oggi sotto pressione militare e politica, non rappresentano più strumenti efficaci di influenza indiretta. Il loro ridimensionamento non è soltanto un fatto regionale, ma incide sulla capacità russa di operare per interposta persona in scenari complessi.
Il colpo più pesante riguarda però la crisi della Repubblica Islamica dell’Iran, partner strategico chiave per Mosca negli ultimi anni. L’asse costruito su cooperazione militare, scambi tecnologici e convergenza anti-occidentale appare oggi indebolito. Per la Russia significa perdere un pilastro fondamentale nel cuore del Medio Oriente e una leva essenziale nella competizione globale. A completare il quadro c’è l’atteggiamento sempre più prudente della Cina.
Pechino resta formalmente un partner di Mosca, ma negli ultimi mesi ha calibrato con attenzione ogni mossa, evitando un coinvolgimento diretto che possa esporla a sanzioni secondarie da parte degli Stati Uniti. Il sostegno economico e commerciale continua, ma è accompagnato da una crescente cautela strategica: la leadership cinese non intende compromettere i propri interessi globali per sostenere una Russia indebolita. Più che un alleato pienamente allineato, Pechino appare oggi come un partner opportunista, attento a non oltrepassare linee rosse che potrebbero avere conseguenze sul piano finanziario e commerciale.
Il ruolo dell’Europa
Sul piano europeo, la situazione completa il quadro. Sotto Viktor Orbán, l’Ungheria era diventata un vero e proprio “cavallo di Troia” della Russia nell’Unione europea: rallentava le sanzioni, ostacolava gli aiuti a Kiev e garantiva un canale finanziario ed energetico verso il mercato europeo. Solo un mese fa aveva bloccato il prestito Ue da 90 miliardi di euro all’Ucraina, dimostrando quanto fosse incisiva questa leva politica. Ora, con l’ascesa di Péter Magyar, Mosca perde questa sponda strategica. E con essa anche un ponte politico, finanziario ed energetico verso l’Europa.

È una perdita che pesa non solo sul piano simbolico, ma anche su quello operativo, perché riduce ulteriormente gli spazi di manovra del Cremlino all’interno delle istituzioni europee. Il risultato complessivo è un progressivo svuotamento della capacità russa di proiettare potenza. Senza Siria, con un Iran indebolito, con proxy ridimensionati, con una Cina sempre più cauta e senza alleati politici solidi in Europa, mentre sul campo ucraino non arriva la vittoria attesa, la Russia appare sempre più ripiegata su se stessa.
Resta un solo spazio: il Sahel.In questa fascia instabile dell’Africa, segnata da colpi di Stato e crisi istituzionali, la Russia continua a mantenere una presenza significativa. Mali, Burkina Faso e Niger rappresentano oggi l’ultimo terreno di influenza del Cremlino, grazie a un mix di supporto militare, forniture di armi e presenza di contractor.
L’Africa Corps
Un ruolo centrale lo ha avuto il Wagner Group, oggi riorganizzato come Africa Corps ma ancora operativo sotto nuove forme e più stretto controllo russo. Qui Mosca ha trovato spazio sfruttando il vuoto lasciato dall’Occidente e il crescente sentimento anti-francese, costruendo relazioni basate più sulla necessità che su una reale convergenza strategica. Ma è proprio questa natura opportunistica a rendere il sistema estremamente fragile.
Le giunte militari africane sono instabili per definizione: nate da golpe, prive di legittimità democratica e sottoposte a pressioni interne costanti. Le economie sono deboli, la minaccia jihadista resta elevata e il rischio di nuovi cambi di potere è concreto. In questo contesto, la presenza russa non è strutturata, ma contingente. Dipende dalla tenuta di regimi fragili e da equilibri precari che possono cambiare rapidamente. E se anche questo ultimo bastione dovesse vacillare, la Russia si ritroverebbe senza più una rete di alleanze significativa. La domanda, quindi, resta aperta: fino a quando potrà reggere? Perché senza una vittoria in Ucraina e con un sistema di relazioni internazionali in progressiva erosione, l’isolamento rischia di diventare non più una scelta strategica, ma una condizione strutturale destinata a ridefinire il ruolo globale della Russia.