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NATO, l’Europa si prepara senza gli Usa: il piano dopo la guerra con l’Iran

Nave da guerra

L’ipotesi che gli Stati Uniti possano ridimensionare in modo significativo il proprio ruolo nella NATO dopo la conclusione del conflitto con l’Iran (che appare comunque lontana), non è più solo un’eventualità teorica, ma una prospettiva sempre più concreta nelle valutazioni strategiche europee.

Il possibile disimpegno di Washington, più volte evocato da Donald Trump, ha spinto i Paesi del continente ad accelerare la definizione di un piano di emergenza per garantire una capacità autonoma di difesa, utilizzando e adattando le strutture già esistenti dell’Alleanza. Negli ambienti diplomatici e militari si parla ormai apertamente di una «NATO europea», un progetto che mira a rafforzare il ruolo degli Stati membri nelle catene di comando e nei processi decisionali, integrando progressivamente le capacità oggi fornite dagli Stati Uniti.

L’obiettivo non è sostituire l’Alleanza, ma renderla sostenibile anche in uno scenario in cui il contributo americano venga ridotto o condizionato da scelte politiche interne. Le discussioni, avviate in modo informale tra incontri riservati e contatti bilaterali, puntano a preservare la deterrenza nei confronti della Russia, garantire la continuità operativa e mantenere credibile l’ombrello nucleare anche nel caso in cui Washington decidesse di ritirare parte delle proprie forze o di non intervenire direttamente nella difesa europea.

Finlandia e Germania attive nella costruzione dell’alternativa

A sostenere questa linea è il presidente finlandese Alexander Stubb, tra i leader più attivi nel promuovere una transizione ordinata. «La cosa più importante è capire che cosa sta accadendo e gestire il processo in modo controllato, evitando un ritiro improvviso degli Stati Uniti», ha spiegato. Stubb, che mantiene uno dei pochi canali diretti con Trump, guida un Paese dotato di forze armate tra le più solide del continente e con il confine più esteso con la Russia. La svolta ha subito un’accelerazione quando Trump ha minacciato di abbandonare la NATO dopo il rifiuto degli alleati europei di sostenere la sua campagna contro l’Iran, definendo la decisione «irrevocabile».

Sebbene un’uscita formale richiederebbe il via libera del Congresso, il presidente potrebbe comunque ridurre concretamente l’impegno americano spostando truppe e assetti fuori dall’Europa o limitando il supporto operativo. Subito dopo quelle dichiarazioni, Stubb ha contattato direttamente Trump per illustrargli i piani europei di rafforzamento della difesa. «È arrivato il momento che l’Europa si assuma maggiori responsabilità per la propria sicurezza», ha ribadito. Determinante è stato il cambio di posizione della Germania. Berlino, per decenni restia a mettere in discussione il ruolo degli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea, ha iniziato a rivedere le proprie certezze. In pubblico, il cancelliere Friedrich Merz ha evitato di aprire una frattura con Washington, ritenuta troppo rischiosa, ma sul piano strategico ha avviato una revisione profonda: l’idea è che gli Stati Uniti possano restare nell’Alleanza, ma con un peso ridotto, lasciando agli europei la gestione della maggior parte della difesa.

Donald Trump ripreso durante un discorso ai membri del suo gabinetto a Washington DC.
Washington DC: il Presidente Donald Trump parla all’interno della Sala del Gabinetto. – newsmondo.it

Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha riconosciuto che il confronto interno alla NATO è complesso, ma ha sottolineato come possa trasformarsi in un’opportunità. «L’Alleanza resta insostituibile sia per l’Europa che per gli Stati Uniti», ha affermato, aggiungendo però che «è chiaro che gli europei devono assumersi maggiori responsabilità». Da qui la sintesi strategica: «La NATO deve diventare più europea per poter rimanere transatlantica». La nuova linea tedesca ha sbloccato un consenso più ampio tra gli alleati, coinvolgendo Regno Unito, Francia, Polonia, Paesi nordici e Canada, che iniziano a considerare il piano come una sorta di coalizione di volenterosi all’interno della NATO.

Facile da dire ma difficile da realizzare

Solo dopo la svolta tedesca, la pianificazione si è concentrata sugli aspetti più concreti: la gestione delle difese aeree e missilistiche, i corridoi logistici verso la Polonia e i Paesi baltici, le reti di rifornimento e le grandi esercitazioni regionali nel caso in cui gli Stati Uniti riducessero il proprio ruolo operativo. Restano nodi complessi, così come la possibile reintroduzione della leva obbligatoria, ritenuta da alcuni un elemento chiave per rafforzare la coesione e la capacità militare. «In termini di identità e unità nazionale, difficilmente esiste qualcosa di più efficace del servizio militare», ha osservato Stubb, ricordando che la Finlandia non ha mai abbandonato la coscrizione.

Allo stesso tempo, gli europei puntano ad accelerare la produzione industriale in settori dove il divario con gli Stati Uniti è ancora ampio: guerra antisommergibile, capacità spaziali e di ricognizione, rifornimento in volo e mobilità aerea. In questa direzione si inserisce il recente progetto congiunto tra Germania e Regno Unito per lo sviluppo di missili da crociera stealth e sistemi ipersonici. Nonostante il cambio di rotta, la realizzazione di questa strategia resta complessa. Il comando supremo delle forze alleate in Europa è tradizionalmente affidato a un generale americano e Washington non sembra intenzionata a cedere questo ruolo. Inoltre, nessun Paese europeo dispone, da solo, del peso politico e militare necessario per sostituire gli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda la deterrenza nucleare.

Il nodo nucleare

Alcuni progressi sono già visibili: un numero crescente di incarichi chiave nella NATO è oggi ricoperto da ufficiali europei e molte esercitazioni recenti sono state guidate da forze del continente, in particolare nell’area nordica. Tuttavia, permangono lacune significative, soprattutto nell’intelligence e nei sistemi di allerta, che restano fortemente dipendenti dalle capacità americane. Proprio il nodo nucleare rappresenta il passaggio più delicato.

Il cambio di posizione della Germania ha aperto alla possibilità di discutere un’estensione del deterrente francese ad altri Paesi europei. Dopo le tensioni legate alla Groenlandia, Merz ed Emmanuel Macron hanno avviato contatti in questa direzione, consapevoli che l’ombrello nucleare è il pilastro su cui si fonda la credibilità dell’Alleanza. Lo stesso Trump ha indicato nella disputa sulla Groenlandia uno spartiacque nei rapporti con gli alleati. «Tutto è iniziato da lì», ha dichiarato, rivendicando apertamente l’interesse americano per l’isola e collegando quella vicenda alla minaccia di abbandonare la NATO.

Un segnale che ha trovato eco anche in Europa, con il vicepremier polacco Radoslaw Sikorski che ha commentato le parole del presidente americano con un laconico «preso atto». In questo contesto, prende forma una trasformazione strategica destinata a ridefinire l’equilibrio dell’Alleanza: il progressivo trasferimento del peso della sicurezza dagli Stati Uniti all’Europa. Un processo già avviato, che potrebbe diventare irreversibile se, al termine del confronto con l’Iran, Washington dovesse davvero scegliere di ridimensionare in modo sostanziale il proprio ruolo nella NATO.

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ultimo aggiornamento: 21 Aprile 2026 9:04

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