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Gli insulti a Meloni e la rappresentazione delle donne sui media
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Gli insulti a Meloni e la rappresentazione delle donne sui media

Giorgia Meloni durante un discorso

Nei giorni scorsi l’alfiere della propaganda putiniana Vladimir Solovyvov ha attaccato la premier Giorgia Meloni non soltanto sul piano politico ma con insulti sessisti irripetibili quali “p…. Meloni”.

Sdegno unanime delle opposizioni, per fortuna, ma non è certo la prima volta che succede e di sicuro non sarà l’ultima. Tutte le donne politiche italiane, quale che sia lo schieramento cui appartengono e in particolar modo se avvenenti, sono fatte oggetto di affermazioni sessiste quando non di veri e propri insulti, non solo da parte dei leoni da tastiera dell’internet ma anche nel corso di manifestazioni di piazza.

E quando non sono insulti beceri legati alla loro moralità, avvenenza o non avvenenza, sono, anche da parte dei media, commenti sul loro abbigliamento, sulle loro acconciature e financo l’uso del nome proprio al posto del cognome: “Giorgia e Elly” ma Draghi non era Mario, Conte non era Giuseppe, Mattarella non è Sergio.

Gli insulti sono insulti, chiaro, e perciò più facilmente riconoscibili ed esecrabili. Ma anche quest’attenzione all’aspetto femminile – presente eccome anche sui media più accreditati e non solo a livello nazionale (le braccia tornite di Michelle Obama, il cappello di Melania Trump) – tradisce, oltre al pregiudizio, il desiderio, spesso inconscio, di non condividere il potere.

Scrivere della nuova pettinatura a onde di Giorgia Meloni o delle scarpe leopardate di Maria Elena Boschi è, innanzitutto, una sgradevole forma di discriminazione, quasi che la donna – comunque e per quanto si distingua per competenza e risultati – debba sempre essere misurata in base all’aspetto, ma è anche un modo sottile di delegittimarla dal proprio ruolo.

Maria Elena Boschi
Maria Elena Boschi – newsmondo.it

E quello che succede sui giornali per le donne impegnate in politica, nello spettacolo e nelle arti, non capita meno di rado negli uffici, negli ospedali, nelle università, nelle aule di tribunale, e ovunque una donna si distingua.

La donna, se è bella, ha fatto carriera perché è bella o perché è l’amante del potente di turno; se invece non è avvenente secondo i canoni maschili “per forza che è brava, poveretta, cos’altro poteva fare”. Tutto questo deve finire, e subito.

Distinguiamo, però.

Gli insulti e il cambiamento culturale

Per i casi come quello accaduto ora alla premier Meloni, una recente pronuncia del GIP di Torino ha affermato che quando gli insulti risultano strettamente collegati alla morale sessuale femminile e rivolti in modo esclusivo al genere femminile da poter essere qualificati come “comportamenti sessisti” e “discorsi d’odio” si è di fronte a vere e proprie manifestazioni di violenza sulle donne, così come codificate dalla più recente normativa comunitaria, pertanto perseguibili penalmente.

Ma di fronte al commento sistematico sulla pettinatura di Meloni o all’armocromista di Schlein non resta invece che un cambiamento culturale che non riguarda però solo gli uomini ma , spesso e purtroppo, anche le donne. Certo l’educazione nelle scuole, certo le giovani generazioni ma nel frattempo? È indispensabile uno sforzo comune, a partire dai mezzi di comunicazione, perché le donne siano considerate e giudicate per le loro competenze e per i loro risultati, così come avviene per gli uomini. 

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ultimo aggiornamento: 28 Aprile 2026 18:24

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