In Italia si vive sempre più a lungo, ma gli anni in salute diminuiscono. Il divario tra longevità e qualità della vita.
L’Italia resta un Paese molto longevo, ma il dato più importante non riguarda soltanto quanti anni si vive. La vera domanda è: quanti di questi anni vengono vissuti in buona salute? È qui che emerge il problema. Secondo i dati Istat richiamati da Adnkronos Demografica, la speranza di vita nel nostro Paese sfiora gli 84 anni, ma gli anni attesi in buone condizioni di salute si fermano molto prima, intorno ai 58 anni.
Il risultato è un divario sempre più evidente tra longevità e qualità della vita. Si vive più a lungo, ma una parte consistente dell’esistenza può essere segnata da malattie croniche, limitazioni funzionali, fragilità e perdita progressiva di autonomia. Secondo il capitolo Salute del Rapporto BES 2024 dell’Istat, nel 2024 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto 83,4 anni, mentre gli anni attesi in buona salute sono scesi a 58,1, meno del 2023 e anche del 2019, anno precedente alla pandemia.
Il tema è al centro del White Paper promosso dall’associazione Peripato e dalla Fondazione Anthem, citato da Adnkronos Demografica. Il documento parte proprio da questa distanza tra durata della vita e capacità del sistema sanitario di sostenere una popolazione sempre più anziana, cronica e bisognosa di assistenza.

Il problema non è vivere di più, ma vivere meglio
Il dato dei 58 anni non significa che a quell’età inizino automaticamente malattie gravi per tutti. Indica, però, il punto medio in cui la statistica comincia a mostrare una riduzione degli anni vissuti in condizioni percepite come buone. È una fotografia collettiva, non una diagnosi individuale.
La questione riguarda soprattutto la crescita delle patologie croniche. Adnkronos Demografica riporta che oltre 24 milioni di italiani, più del 40% della popolazione, dichiarano di convivere con almeno una malattia cronica. A questo si aggiunge il peso dell’assistenza familiare: più di 8,5 milioni di caregiver e oltre 800mila badanti sostengono ogni giorno una parte importante della cura degli anziani e delle persone fragili.
Il Rapporto Istat mostra anche differenze rilevanti tra uomini e donne. Nel 2024 gli uomini possono attendersi 59,8 anni in buona salute, mentre per le donne il dato scende a 56,6 anni, il livello più basso dell’ultimo decennio. Le donne vivono più a lungo, ma trascorrono una quota maggiore della vita con problemi di salute o limitazioni.
La sfida: prevenzione, territorio e nuove tecnologie
La risposta non può limitarsi agli ospedali. Il White Paper citato da Adnkronos Demografica punta su una presa in carico più ampia: prevenzione, integrazione tra ospedale e territorio, fascicolo sanitario elettronico, monitoraggio da remoto, terapie digitali e uso dell’intelligenza artificiale per ridurre esami ripetuti, liste d’attesa e ricoveri impropri.
L’obiettivo è evitare che l’invecchiamento diventi automaticamente perdita di autonomia. Secondo Istat, a 65 anni la speranza di vita senza limitazioni nelle attività è di 10,4 anni, un dato leggermente inferiore al 2023 ma comunque migliore rispetto al 2014. Questo significa che intervenire su stili di vita, prevenzione, riabilitazione e assistenza territoriale può ancora fare la differenza.
La longevità italiana resta quindi un successo, ma anche una sfida. Vivere fino a 83 o 84 anni conta poco se una parte troppo lunga della vita viene trascorsa tra fragilità, cronicità e dipendenza dagli altri. Il punto non è soltanto aggiungere anni alla vita, ma aggiungere salute, autonomia e qualità agli anni che restano.