La storia del Mostro di Udine, il killer mai identificato collegato a una serie di omicidi di donne tra il 1971 e il 1989: le vittime, il segno sul corpo, le indagini e le riaperture.
Il Mostro di Udine è uno dei casi più inquietanti e dimenticati della cronaca nera italiana. Tra il 1971 e il 1989, nella provincia friulana, diverse donne vennero trovate morte in circostanze violente. Molte erano prostitute o vivevano in condizioni di forte marginalità, e proprio questa fragilità contribuì per anni a lasciare il caso ai margini dell’attenzione nazionale.
Il killer non è mai stato identificato. Non esiste una condanna definitiva, non è mai stata trovata l’arma del delitto e ancora oggi resta aperta una domanda centrale: dietro quella lunga sequenza di omicidi c’era davvero un solo assassino, oppure più uomini diversi approfittarono dello stesso contesto di solitudine e vulnerabilità?

Il Mostro di Udine: le vittime e il segno che fece pensare a un unico assassino
Il caso prese forma soprattutto dopo alcuni omicidi accomunati da un dettaglio terribile: una profonda incisione sul ventre delle vittime, eseguita con una lama molto affilata, forse un bisturi. Quel particolare portò gli investigatori a ipotizzare la mano di una persona con conoscenze anatomiche o comunque con una certa precisione nell’uso dello strumento.
Tra le vittime collegate con maggiore forza al cosiddetto Mostro di Udine vengono ricordate Maria Carla Bellone, trovata morta nel 1980, Luana Gianporcaro, uccisa nel 1983, Aurelia Januschewitz, morta nel 1985, e Marina Lepre, maestra elementare di 40 anni, uccisa nel febbraio 1989. Quest’ultima non era una prostituta, e proprio questo rese ancora più complessa la ricostruzione della possibile serie criminale.
Le riaperture, i reperti e un colpevole mai trovato
Nel tempo, attorno al caso si sono accumulate piste, sospetti e ipotesi. Si è parlato anche della possibilità di due diversi assassini: uno collegato ai delitti con incisione sul corpo, l’altro a omicidi di donne strangolate o accoltellate senza quel segno ricorrente. Nessuna ipotesi, però, ha portato a una verità giudiziaria definitiva.
Nel 2019 i familiari di alcune vittime hanno chiesto la riapertura delle indagini dopo il ritrovamento di reperti mai analizzati con tecniche moderne. Tra questi, capelli, un preservativo e altri materiali conservati nei fascicoli. Anche il caso di Marina Lepre era già tornato all’attenzione degli inquirenti dopo l’appello della figlia e la possibilità di sottoporre vecchi reperti a nuove analisi.
Il Mostro di Udine resta quindi una storia di donne uccise due volte: prima dalla violenza, poi dall’oblio. Un cold case friulano senza volto e senza condanna, in cui la tecnologia moderna ha provato a riaprire spiragli, ma senza restituire finora una risposta piena alle famiglie.