La storia di Michele Profeta, condannato per gli omicidi di Pierpaolo Lissandron e Walter Boscolo nel 2001: le lettere minatorie, le carte da gioco, l’arresto e la morte in carcere.
Michele Profeta è uno dei casi più inquietanti della cronaca nera italiana dei primi anni Duemila. Non colpì per vendetta personale, né per un movente riconoscibile legato alle vittime. Colpì, secondo la ricostruzione giudiziaria, per alimentare un ricatto delirante contro lo Stato e ottenere una somma enorme di denaro.
Originario di Palermo, si era trasferito al Nord negli anni Novanta e conduceva una vita apparentemente ordinaria, tra lavoro, famiglia e una seconda relazione tenuta nascosta.
Dietro quell’immagine, però, si accumulavano debiti, frustrazioni e una costruzione mentale sempre più pericolosa. Il 10 gennaio 2001 scrisse alla Questura di Milano annunciando che avrebbe ucciso persone a caso se non gli fossero stati consegnati 12 miliardi di lire.

Michele Profeta: gli omicidi di Pierpaolo Lissandron e Walter Boscolo
Il 29 gennaio 2001, a Padova, venne trovato morto il tassista Pierpaolo Lissandron. Era nel suo taxi ed era stato colpito alla nuca. All’inizio si pensò a una rapina finita male, ma poco dopo una lettera di rivendicazione fece capire agli investigatori che il delitto rientrava in uno schema diverso.
L’11 febbraio arrivò il secondo omicidio. La vittima era Walter Boscolo, agente immobiliare, trovato morto in un appartamento. Anche lui era stato colpito alla nuca. Sulla scena furono lasciate carte da gioco e un messaggio scritto con il normografo: elementi che contribuirono alla fama nera di Profeta come “killer delle carte da gioco” o “killer di Padova”.
Le indagini si concentrarono su appuntamenti immobiliari, telefonate, schede telefoniche e testimonianze. Un agente immobiliare che aveva incontrato un uomo presentatosi con il falso nome di “signor Pertini” riconobbe poi Profeta. Quel passaggio, insieme agli altri riscontri, portò gli investigatori a chiudere il cerchio.
L’arresto, l’ergastolo e la morte durante l’esame
Michele Profeta venne arrestato il 16 febbraio 2001. Nella sua auto furono trovati elementi ritenuti importanti per l’indagine, tra cui una carta da gioco, un normografo e una pistola. Il processo stabilì che era capace di intendere e di volere. Nel maggio 2002 la Corte d’Assise di Padova lo condannò all’ergastolo e a due anni di isolamento diurno per gli omicidi di Lissandron e Boscolo.
Dopo la condanna, fu detenuto prima a Padova e poi trasferito a Voghera. La sua vicenda si chiuse il 16 luglio 2004 nel carcere di San Vittore, a Milano, dove era stato portato per sostenere un esame universitario di filosofia. Durante la prova venne colpito da un malore e morì per infarto.
Il caso Profeta resta una storia di paura urbana e violenza apparentemente senza logica: due uomini uccisi perché si trovarono sulla strada di un progetto criminale costruito tra lettere, ricatti, simboli e delirio di potere.