La storia di Giuseppe Pinelli, ferroviere e anarchico milanese morto nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 dopo essere precipitato da una finestra della Questura di Milano.
Giuseppe Pinelli era un ferroviere, anarchico e partigiano milanese. Nato nel 1928, era una figura conosciuta nell’ambiente libertario della città e animava il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa. Aveva 41 anni, una moglie, Licia, e due figlie quando il suo nome entrò per sempre nella storia italiana più dolorosa.
Il 12 dicembre 1969 una bomba esplose nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano. La strage provocò 17 morti e decine di feriti, aprendo simbolicamente la stagione della strategia della tensione. Nelle ore successive, le indagini si concentrarono subito sugli ambienti anarchici. Pinelli venne portato in Questura per accertamenti, insieme ad altre persone.

Giuseppe Pinelli: il fermo dopo Piazza Fontana e la caduta dalla finestra
Quello che doveva essere un interrogatorio breve si trasformò in un trattenimento prolungato. Pinelli rimase negli uffici della Questura di Milano oltre il limite delle 48 ore senza convalida dell’autorità giudiziaria. La notte tra il 15 e il 16 dicembre precipitò da una finestra dell’ufficio politico della Questura. Venne trasportato all’ospedale Fatebenefratelli, dove morì poco dopo per le lesioni riportate nella caduta.
La prima versione diffusa dalle autorità fu quella del suicidio. Secondo quella ricostruzione iniziale, Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra dopo il crollo del suo alibi. Ma quella spiegazione venne presto contestata: l’alibi risultò più solido di quanto affermato nelle prime ore, e il ferroviere non fu mai collegato alla strage. L’ipotesi anarchica, con il tempo, perse consistenza, mentre le indagini e le sentenze successive orientarono la lettura storica della strage verso l’area dell’estrema destra eversiva.
La sentenza, i dubbi e la memoria pubblica
L’inchiesta sulla morte di Pinelli si chiuse nel 1975 con la decisione del giudice Gerardo D’Ambrosio. La caduta venne attribuita a un malore, in un contesto di forte stress, interrogatori, stanchezza e pressione psicologica. Nessuno venne condannato per la sua morte. Proprio questo esito lasciò aperta una ferita enorme: per una parte dell’opinione pubblica, quella spiegazione non bastò mai a chiarire davvero cosa accadde in quella stanza.
Il nome di Pinelli rimase poi legato anche alla vicenda del commissario Luigi Calabresi, che fu indicato da molti ambienti della sinistra extraparlamentare come responsabile morale della sua morte e venne assassinato nel 1972. Anche quel delitto avrebbe aperto un’altra lunga pagina giudiziaria e politica.
Giuseppe Pinelli è ricordato ancora oggi come una vittima innocente della stagione nata dopo Piazza Fontana. La sua morte non è solo un caso di cronaca: è uno dei punti più delicati della storia repubblicana, perché racconta il clima di sospetto, paura, depistaggi e scontro politico che attraversò l’Italia alla fine degli anni Sessanta.