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Javed Iqbal, la storia vera del serial killer di Lahore
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Javed Iqbal, il “Mostro di Lahore” condannato per l’uccisione di 100 bambini

mano che tiene un peluche

La storia di Javed Iqbal Mughal, il serial killer pakistano che nel 1999 confessò l’uccisione di 100 bambini a Lahore, fu condannato a morte nel 2000 e morì in carcere nel 2001.

Javed Iqbal Mughal, conosciuto come “Mostro di Lahore”, è uno dei nomi più terribili della cronaca criminale pakistana. Nel dicembre 1999, il suo caso esplose dopo una lettera inviata alla polizia e alla stampa, nella quale l’uomo affermava di avere ucciso 100 bambini, in gran parte ragazzi poveri, soli o fuggiti da casa.

Il caso colpì il Pakistan per la brutalità dei delitti e per il profilo delle vittime: bambini e adolescenti vulnerabili, spesso ai margini, attirati con promesse di cibo, riparo o denaro. Le indagini portarono gli agenti in una casa di Lahore, dove vennero trovati indumenti, fotografie, appunti e contenitori con acido.

Nel marzo 2000, Javed Iqbal venne dichiarato colpevole di 100 omicidi e condannato a morte. La sentenza, durissima anche nella formula scelta dal giudice, provocò polemiche perché prevedeva una pena costruita in modo simbolico sui crimini commessi. Iqbal morì nel carcere di Kot Lakhpat nell’ottobre 2001, prima dell’esecuzione.

un peluche per bambini a terra
peluche per bambini lasciato a terra – newsmondo.it

Il “mostro” Javed Iqbal: la lettera alla polizia e la casa degli orrori a Lahore

La vicenda emerse quando Javed Iqbal inviò una lettera alla polizia e a un quotidiano di Lahore. In quella comunicazione dichiarava di avere ucciso 100 ragazzi e indicava elementi utili per rintracciare la sua abitazione. Quando gli investigatori entrarono nella casa, trovarono un quadro coerente con una lunga serie di omicidi: fotografie di bambini, vestiti, appunti e contenitori con acido.

Secondo le ricostruzioni dell’indagine, le vittime erano bambini e adolescenti tra i 6 e i 16 anni, spesso fuggiti da casa o costretti a vivere per strada. Iqbal e alcuni giovani complici li avrebbero attirati con la promessa di cibo, video, un posto dove dormire o piccoli aiuti. Dopo gli abusi, i bambini venivano uccisi e i corpi distrutti con l’acido per cancellare le tracce.

Nei primi giorni, la polizia arrestò diversi familiari e conoscenti di Iqbal e interrogò alcuni presunti complici. Due ragazzi indicarono agli investigatori il metodo usato per adescare le vittime e portarono gli inquirenti verso un numero crescente di casi. Le famiglie dei bambini scomparsi si presentarono alla stazione di polizia di Ravi Road, dove vennero mostrate fotografie per cercare identificazioni.

La prova più devastante fu proprio il collegamento tra immagini, vestiti e denunce di scomparsa. Le identificazioni dei familiari diedero corpo a una vicenda che, fino a quel momento, sembrava quasi impossibile da misurare: decine di bambini spariti, molti dei quali non erano stati cercati con la stessa forza riservata alle vittime appartenenti a contesti più protetti.

Il processo, la condanna e la morte in carcere

Dopo settimane di caccia all’uomo, Iqbal si presentò alla redazione del quotidiano Jang. Disse di voler scrivere una confessione e venne arrestato. Il processo si aprì in un clima di forte pressione pubblica, con le famiglie delle vittime presenti e un Paese sconvolto da una serie di delitti che aveva colpito soprattutto bambini poveri e poco tutelati.

Nel marzo 2000, il tribunale di Lahore lo dichiarò colpevole di 100 omicidi. La sentenza stabilì la pena di morte e indicò una modalità di esecuzione costruita come contrappasso: strangolamento, smembramento e acido. Il ministro dell’Interno pakistano Moinuddin Haider contestò pubblicamente quella formula, affermando che una punizione simile non era ammessa e che la pena di morte in Pakistan veniva eseguita secondo le procedure ordinarie.

Anche alcuni complici vennero condannati. Secondo le cronache del processo, un ragazzo di 17 anni ricevette la pena di morte come complice, mentre altri imputati furono condannati a pene detentive. Il caso mostrò anche una dimensione più ampia: attorno a Iqbal c’era un ambiente di adolescenti manipolati, sfruttati o coinvolti nella sua rete criminale.

L’8 ottobre 2001, Javed Iqbal e un complice vennero trovati morti nelle celle del carcere di Kot Lakhpat, a Lahore. Le autorità parlarono di suicidio, ma le cronache pakistane riportarono dubbi sulle circostanze della morte e segni fisici che resero il caso ancora più controverso. La sua fine arrivò prima dell’esecuzione e chiuse il procedimento penale senza cancellare il dato centrale: la condanna per una delle più gravi serie di omicidi di bambini nella storia del Pakistan.

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ultimo aggiornamento: 13 Luglio 2026 11:17

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