Il voto dei cittadini dell’Islanda in merito alla possibile adesione all’Unione Europa si è concluso con la vittoria del “no”.
L’Islanda dice no alla riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea. Il referendum del 29 agosto si è concluso con la vittoria dei contrari, che hanno ottenuto il 52,5% dei voti, contro il 47% raccolto dal sì. Un risultato che ha smentito le previsioni della vigilia, quando i sondaggi indicavano una sfida molto equilibrata tra i due schieramenti. Fin dalle prime fasi dello scrutinio, invece, il fronte contrario all’ingresso nell’Ue ha mostrato un vantaggio che si è poi consolidato.

Islanda: il voto e la vittoria del “no”
Il voto ha evidenziato anche differenze significative tra le varie aree del Paese. A Reykjavik, la capitale, ha prevalso il sì, nonostante un’affluenza inferiore di cinque punti rispetto a quella registrata nelle consultazioni degli ultimi anni. Ben diverso l’esito nei territori del nord-ovest, dove il no ha raggiunto il 62,87%. In questa parte dell’Islanda, il possibile impatto delle regole europee sul settore della pesca è stato considerato un elemento determinante.
Le posizioni prima del voto
Il governo socialdemocratico guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir aveva appoggiato il sì, motivando la posizione con ragioni legate soprattutto alla strategia e alla sicurezza. La premier aveva sintetizzato la propria posizione con l’espressione “Ora o mai più”. Secondo i sostenitori dell’adesione, l’ingresso nell’Unione avrebbe potuto contribuire a ridurre gli elevati tassi di interesse e garantire maggiore sicurezza in un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina e dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sull’ipotesi di annessione della Groenlandia.
Il fronte del no, invece, ha insistito sui rischi per la sovranità nazionale e per le acque di pesca islandesi. Tra i principali sostenitori dell’autonomia c’è il Partito dell’Indipendenza. La sua leader Sigríður María Egilsdóttir, durante il comizio conclusivo, aveva ricordato la difesa delle zone di pesca islandesi dalle flotte delle grandi potenze mondiali.
L’Islanda aveva presentato la prima richiesta di adesione all’Ue nel 2009, dopo una grave crisi finanziaria. Nel 2013, un governo euroscettico aveva deciso di interrompere i negoziati.