Bianchi e Schumacher: baro destino

Bianchi e Schumacher, entrambi assi della F1. L’uno acerbo, l’altro acclamato. Il primo aspirava e poteva diventare il secondo. Un terribile incidente, una banale caduta. Due vite spezzate.

Il mondo della F1 piange il giovane campione scomparso. La tragica fine di Jules Bianchi mi porta a un parallelismo con l’altro grandissimo campione, Michael Schumacher che giace a letto nella camera-ospedale allestita nella villa di Gland, sul lago di Ginevra. La moglie Corinna oltre a convivere con l’insopportabile dolore di vederlo in simili condizioni, è costretta a difendersi dall’assedio di paparazzi e giornalisti d’assalto pronti a carpire ogni minimo sussulto per trasformalo in notizia da strombazzare sui media. Corinna e non ha esitato a citare in giudizio tre noti magazine tedeschi e la Corte di Monaco di Baviera le ha dato ragione sanzionando il Bunte, del Freizeit-Revue e dell’Illustrierte Freizeit-Spaß per aver scritto: “A volte apre gli occhi” e”si sente ancora l’amore di Corinna“. Frasi non prive di “voyerismo”, ha giudicato la Corte. Il Freizeit-Revenue, invece per aver titolato: “Parla già in maniera frammentaria“, e poi: “Splendida notizia. Le sue prime parole danno già tanta speranza“, come se fossero stati acclarati sostanziali miglioramenti. Infine l’Illustrierte Freizeit-Spass aveva sparato nel titolo lo scoop di una terapia miracolosa.

Bianchi e Schumacher sono stati, ironia della sorte, legati in qualche modo dallo stesso terribile destino. Il primo aspirava e poteva diventare il secondo. Luca Cordero di Montezemolo ha rilasciato una dichiarazione che non lascia dubbi in tal proposito: «Jules Bianchi era uno di noi, era un membro della famiglia Ferrari ed era il pilota che avevamo scelto per il futuro, una volta finita la collaborazione con Raikkonen».

La carriera del secondo, proprio in Ferrari, non ha ovviamente bisogno di commenti. L’uno aveva solo 25 anni, un futuro pieno di speranza e una vita ancora tutta da vivere quando si è trovato una gru davanti al muso della sua Marussa. Per l’altro i grandi successi erano ormai ricordi di un glorioso passato, ma aveva ancora voglia di correre e vincere come soltanto lui sapeva fare, prima che la punta dello sci impattasse quella maledetta pietra. Entrambi sono sprofondati in un lungo sonno.

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ultimo aggiornamento: 19-07-2015

Enzo Caniatti

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