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Stretto di Hormuz, Trump cambia strategia contro l’Iran
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Torna il blocco nello Stretto di Hormuz: Trump cambia ancora strategia contro l’Iran

cartina, mappa Iran

Dopo settimane di tensioni e annunci contraddittori, torna l’ipotesi di un blocco dello Stretto di Hormuz. Donald Trump modifica ancora la linea nei confronti dell’Iran, aprendo un nuovo scenario dalle conseguenze potenzialmente globali.

La decisione del presidente Donald Trump di rilanciare le operazioni militari e ripristinare il blocco nello Stretto di Hormuz segna la terza significativa revisione della strategia adottata dagli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran, iniziato ormai da quasi cinque mesi. Dopo aver puntato inizialmente sui bombardamenti aerei e missilistici e successivamente sull’assedio navale, la Casa Bianca sembra ora orientata verso un impiego più selettivo della forza, affiancato da pressioni economiche e aperture diplomatiche, nel tentativo di obbligare Teheran ad accettare le condizioni americane.

L’Iran, tuttavia, ha sfruttato la propria posizione geografica, affacciata su una delle più importanti arterie mondiali per il trasporto degli idrocarburi, per contrastare Washington e difendere il proprio peso politico e militare in Medio Oriente.

Secondo diversi ex funzionari statunitensi, la prospettiva di una soluzione stabile rimane lontana: entrambe le parti sono convinte di poter prevalere nel lungo periodo, alimentando un braccio di ferro destinato potenzialmente ad accompagnare il resto della presidenza Trump e a condizionare anche le elezioni di medio termine previste a novembre.

Donald Trump in tribunale
Donald Trump – newsmondo.it

Una guerra di logoramento

«Siamo ormai prigionieri di una guerra di logoramento fondata sulla coercizione. Ciascuno dei due contendenti tenta di costringere l’altro a superare una soglia di sofferenza che non è possibile definire con precisione», ha spiegato al Wall Street Journal, Kenneth Pollack vicepresidente del Middle East Institute ed ex analista della Cia. «I conflitti coercitivi possono continuare senza limiti di tempo». ùIl futuro della guerra dipenderà soprattutto dalla capacità iraniana di ricostruire il proprio arsenale missilistico e ripristinare le difese antiaeree danneggiate, ma anche dalla possibilità per gli Stati Uniti di mantenere un ritmo elevato di operazioni, gestendo con attenzione riserve di munizioni sempre più ridotte. Quando, alla fine di febbraio, l’amministrazione Trump aveva deciso di affiancare Israele nella campagna volta a decapitare i vertici iraniani e neutralizzare missili balistici e piattaforme di lancio, la Casa Bianca non immaginava di essere trascinata in una guerra senza una scadenza precisa.

Nella prima notte dell’offensiva il presidente aveva prospettato un successo netto, celebrando la superiorità delle forze armate americane e intimando agli apparati di sicurezza della Repubblica islamica di arrendersi, pena una «morte certa». Trump aveva previsto che la fase più violenta delle ostilità sarebbe terminata entro quattro o sei settimane. Nelle valutazioni americane, l’Iran non avrebbe potuto reggere il confronto con un avversario tecnologicamente superiore, capace di penetrare nello spazio aereo iraniano e colpire pressoché liberamente. Per molti osservatori, quella impostazione rappresentava una versione trumpiana della dottrina dello «shock and awe», basata sull’impiego travolgente della potenza militare per disorientare e paralizzare il nemico.

L’intervento del Pentagono era però rimasto circoscritto. L’invio di reparti terrestri non è mai stato preso seriamente in considerazione da un presidente che ha costruito parte della propria narrazione politica sulla condanna delle guerre infinite combattute dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. Secondo alcuni funzionari americani, un’eventuale sconfitta dell’Iran o il suo ritorno al tavolo negoziale avrebbero quindi dovuto essere ottenuti esclusivamente attraverso operazioni aeree e navali. Dopo cinque settimane di pesanti bombardamenti, la Casa Bianca aveva annunciato una tregua con Teheran, aprendo la strada ai colloqui svoltisi in aprile a Islamabad tra il vicepresidente JD Vance e alti rappresentanti iraniani. Il fallimento della trattativa aveva però spinto Trump a modificare nuovamente l’approccio, sostituendo alla pressione militare diretta un assedio economico sostenuto da un blocco marittimo. «Con effetto immediato, la Marina degli Stati Uniti, la migliore del mondo, avvierà il BLOCCO di tutte le imbarcazioni che cercheranno di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz», aveva annunciato il presidente sui social nello stesso mese.

L’obiettivo era costringere l’Iran a interrompere le azioni contro il traffico petrolifero nel Golfo Persico e ad accogliere le richieste statunitensi sul ridimensionamento del proprio programma nucleare. Washington si era però rapidamente resa conto che la chiusura dello stretto rischiava di danneggiare anche gli interessi americani. Attraverso quel passaggio transita infatti circa un quinto del petrolio consumato nel mondo e l’interruzione della navigazione aveva iniziato a ridurre le disponibilità internazionali, obbligando numerosi Paesi ad attingere alle riserve strategiche. Per la Casa Bianca si profilava così una combinazione politicamente pericolosa: un possibile aumento del prezzo del greggio in prossimità delle elezioni di medio termine, mentre i sondaggi mostravano una crescente insoddisfazione degli americani nei confronti della guerra. Il memorandum d’intesa sottoscritto a giugno da Stati Uniti e Iran per riaprire Hormuz e creare le condizioni per nuovi negoziati sul nucleare sembrava inizialmente aver allontanato questo rischio. Vance aveva spiegato in televisione che uno degli scopi dell’accordo consisteva nel permettere agli Stati Uniti di «ricostituire alcune scorte» prima di valutare ulteriori iniziative di politica estera. A pochi giorni dalla firma dell’intesa provvisoria, tuttavia, Washington e Teheran avevano fornito interpretazioni inconciliabili del documento. Per l’amministrazione Trump, il memorandum garantiva la libera circolazione delle petroliere; per l’Iran, invece, riconosceva alla Repubblica islamica l’autorità sulla rotta marittima. Le Guardie rivoluzionarie avevano quindi aperto ripetutamente il fuoco contro mercantili in transito, provocando una serie di rappresaglie americane.

Lunedì scorso Trump ha annunciato l’ennesima svolta

Aumento dei raid e ripristino del blocco militare, questa volta diretto a impedire alle navi di raggiungere o lasciare i porti iraniani. Il presidente ha inoltre proclamato gli Stati Uniti «guardiani» dello Stretto di Hormuz, prevedendo l’applicazione di una tariffa straordinaria del 20 per cento sulle merci trasportate attraverso il canale per poi ritrattare. L’ordine di effettuare bombardamenti senza indicare una scadenza supera la logica delle ritorsioni limitate che aveva caratterizzato gli scontri delle ultime settimane. Le forze americane hanno preso di mira radar, missili antinave e droni impiegati dall’Iran per imporre la propria presenza nello stretto. L’offensiva ha compreso anche il primo utilizzo da parte statunitense di unità navali di superficie senza equipaggio contro il porto di Bandar Abbas e il bombardamento di un ponte ferroviario nel nord del Paese, importante per gli scambi commerciali iraniani con Russia e Cina. La potenza impiegata resta comunque inferiore a quella osservata nelle prime settimane della campagna. Washington sembra aver scelto un dosaggio più prudente delle proprie capacità militari, cercando di aumentare la pressione senza precipitare immediatamente in una guerra totale. A conferma di questa impostazione, sei bombardieri B-52 precedentemente trasferiti in Gran Bretagna per partecipare alle operazioni contro l’Iran sono rientrati negli Stati Uniti.

Nonostante le possibilità di raggiungere un’intesa sul nucleare siano diminuite, l’amministrazione Trump continua a riservarsi la facoltà di attaccare i depositi di uranio arricchito già colpiti un anno fa dai bombardieri stealth B-2 e dai missili da crociera americani. Teheran, nel frattempo, ha proseguito gli attacchi contro le petroliere e alcuni Paesi del Golfo, provocando morti e feriti tra gli equipaggi. Ha però evitato nuove operazioni contro bersagli israeliani o sauditi, un comportamento che suggerisce la volontà di modulare la risposta e contenere, almeno per il momento, il rischio di un allargamento incontrollato della guerra. L’avvio di questa nuova fase rende ancora meno plausibile sia una vittoria rapida sia il raggiungimento di una pace duratura. «Entrambi i contendenti stanno aumentando pericolosamente la tensione per rafforzare il proprio potere negoziale e indebolire l’avversario, con l’obiettivo di tornare successivamente alle trattative da una posizione favorevole», ha osservato Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House. Una strategia che, secondo l’esperta, potrebbe però sfuggire al controllo e trasformarsi in un conflitto regionale più vasto, qualora non venisse individuata una via d’uscita.Diversi ex comandanti americani ritengono che Washington disponga dei mezzi necessari per indebolire progressivamente il regime iraniano, ma avvertono che il confronto sarà lungo. «Gli Stati Uniti dovranno definire e portare avanti una strategia di lungo periodo capace di contrastare il progetto iraniano di dominare lo Stretto di Hormuz, minacciare gli Stati vicini attraverso missili e droni e sviluppare un programma nucleare militare», ha dichiarato Joseph Votel, generale in pensione ed ex comandante del CentCom tra il 2016 e il 2019. «Sarà un impegno destinato a durare».

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ultimo aggiornamento: 15 Luglio 2026 11:17

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