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Carlo Panfilla, chi era il Mostro di Lusciano e cosa fece
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Carlo Panfilla, il “Mostro di Lusciano”: sette omicidi e un’agenda con i delitti annotati

scena del crimine in un terreno fangoso con segnalini di prove

La storia di Carlo Panfilla, il serial killer campano soprannominato Mostro di Lusciano: il duplice omicidio del 1974, la licenza premio, la strage di Cesa e gli omicidi di Roccavivara.

Carlo Panfilla è passato alla cronaca come il Mostro di Lusciano, uno dei casi più inquietanti della criminalità italiana del secondo Novecento. Il suo nome resta legato a sette omicidi, commessi in due momenti diversi, e a una vicenda giudiziaria segnata da perizie psichiatriche, manicomi giudiziari, licenze premio e nuove condanne.

Nato a Lusciano, in provincia di Caserta, nel 1945, Panfilla viene descritto nelle ricostruzioni come un uomo irascibile e violento. La sua prima scia di sangue risale all’ottobre 1974, quando ad Aversa uccise due uomini, Francesco De Lucia e Giovanni Improta. Il movente non fu mai ricostruito in modo completamente chiaro, ma nelle ricostruzioni dell’epoca emerse il riferimento a una donna contesa e a un possibile giro di sfruttamento.

nastro che delimita una scena del crimine
scena del crimine – newsmondo.it

Carlo Panfilla: il primo duplice omicidio e il manicomio giudiziario

Dopo il duplice omicidio, Panfilla fuggì. Venne trovato poco dopo nel cimitero del suo paese, nascosto in una nicchia. Al processo fu giudicato incapace di intendere e di volere e destinato al manicomio giudiziario. Passò prima da Aversa e poi da Montelupo Fiorentino.

Il passaggio decisivo arrivò nell’estate del 1981, quando ottenne una licenza premio per tornare a trovare i familiari. Alla scadenza, però, non rientrò nella struttura. Si mosse tra Campania e Molise, su un motorino, fino a trasformare quella fuga in una nuova serie di omicidi.

La strage di Cesa, Roccavivara e l’arresto

Il 21 agosto 1981, nei pressi di Cesa, Panfilla incrociò quattro giovani in auto. Secondo le ricostruzioni, sarebbe stato deriso per il suo aspetto trasandato. La reazione fu immediata: estrasse una pistola calibro 22 e sparò contro il gruppo. Morirono Cesario Mangiacapra, Fausto Errico e Francesco Belardo. Fernando Scarano riuscì invece a fuggire e rimase l’unico superstite.

Il giorno successivo Panfilla colpì ancora, nella zona di Roccavivara, in provincia di Campobasso. Due operai, Angelo Marcantonio e Mario Antenucci, gli avrebbero fatto notare il pericolo di un fuoco acceso troppo vicino al bosco. Anche quel rimprovero fu interpretato come una provocazione: Panfilla sparò e li uccise.

Fu arrestato poco dopo a Lanciano, in Abruzzo, mentre viaggiava ancora sul motorino. Con sé aveva la pistola e una piccola agenda, nella quale aveva annotato i suoi delitti. Nel 1985 venne condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere, ma la vicenda processuale conobbe nuovi passaggi legati alla mancata perizia psichiatrica.

Il caso Panfilla resta una storia davvero inquietante: sette vittime, un permesso diventato tragedia e una domanda pesante su come un uomo già autore di un duplice omicidio poté tornare libero abbastanza da uccidere ancora.

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ultimo aggiornamento: 8 Maggio 2026 16:17

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