L’inchiesta che scuote il sistema mediatico italiano: tra chat esplicite, accuse di estorsione e il confine ormai svanito tra ribalta televisiva e retroscena digitale.
Dalle vette del successo alla cime della disperazione, oggi, è un attimo. Parliamo del caso Signorini. Una storia sbagliata, fatta di accuse, mezze accuse, illazioni, congetture, al netto della valenza giudiziaria, s’intende. L’inchiesta, lo ricordiamo ai distratti, vede il conduttore indagato per violenza sessuale ed estorsione.
In attesa di vedere, verificare le prove contro di lui, sulla scena si repertano i resti di un’accoppiata storica, solidissima, mai doma: sesso e potere. Non necessariamente in quest’ordine.
Un famoso e potente uomo di spettacolo, un giovanotto che insegue la fama affidandosi al proprio aspetto fisico, un manager senza scrupoli, un agitatore social che si crede unto dal Signore: miscelate il tutto sulla scena televisiva et voilà, lo scandalo è servito.

Dallo scandalo Bova alla deriva del linguaggio
All’origine delle accuse messaggi, chat, foto. Il loro contenuto è esplicito? Se sì, siamo alla fine della storia. Altrimenti bisogna dare ragione a Marcuse che scriveva: ” Quando il linguaggio si impoverisce il pensiero si restringe ”. E quando il linguaggio è minimo e banale la nebbia anziché diradarsi s’infittisce. Facciamo un passo indietro, ad un altro scandalo, fatto esplodere ancora una volta da Corona.
Il caso Bova. Il caso degli “occhi spaccanti”, per intenderci. Fabrizio Corona, facendo riferimento al materiale scottante in suo possesso, scriveva ai follower del suo canale Telegram: ”Condividetelo con i vostri amici, raga, così normalizziamo questo vip”.
Attivava così un flusso destinato a riempire le cloache della comunicazione, un veleno virale in cui la distinzione tra vero e falso stava perdendo ogni significato. C’est la décadance, canterebbe Ivano Fossati. Una decadenza morale inzuppata di stupidità. E, come sosteneva Umberto Eco “ Non bisogna mai farsi ricattare dalla stupidità altrui ”.
Bova non si è fatto ricattare e tutti sappiamo come è andata a finire. Il caso Signorini è diverso?
Le accuse e il ruolo della giustizia
Secondo le accuse si, è molto diverso: certamente più grave. Ma, ripetiamo, aspettiamo l’esito delle indagini in corso. “ Vero è che è un atto dovuto, ma questo non riduce l’importanza di questo atto e la necessità di fare chiarezza su una vicenda potenzialmente destabilizzante per buona parte del sistema mediatico italiano ” ha dichiarato Giuseppe Pipitella, che insieme all’avvocato Cristina Morrone assiste il Grande Accusatore, l’ex concorrente del Grande Fratello Antonio Medugno.
Il tribunale del popolo e il retroscena digitale
Su questo triste palcoscenico è attiva anche l’inchiesta per revenge porn nei confronti di Corona scattata proprio in seguito a una denuncia presentata da Signorini relativa alla diffusione di immagini sessualmente esplicite (in particolare per una presunta chat hot tra Signorini e Medugno).
Lo spazio scenico è diviso tra ribalta e retroscena. Purtroppo oggi – e il caso Signorini lo dimostra – ribalta e retroscena sono sulle medesime assi digitali (il fatto, i commenti, i follower, i like) e le sentenze del tribunale del popolo piovono gratuite prima delle conclusioni delle indagini, perché la morbosità non dorme mai.
L’errore dell’ambiguità e il valore del dubbio
In un video l’accusatore, Medugno, dice: ”Il mio errore? Ho lasciato spazio a quell’ambiguità che non avrei mai dovuto accettare”. Errore gravissimo. La Treccani non perdona: ” Ambiguità, l’essere ambiguo, possibilità di essere variamente interpretato ”, ma anche “ doppiezza del comportamento ”.
E allora, di fronte alle avances, al giovane Medugno sarebbe bastata una presa di posizione netta, decisa, irremovibile: avrebbe demolito l’ambiguità come scelta tattica, spento i fuochi altrui ed evitato di finire in analisi per quattro anni.
Aspettiamo le conclusioni delle indagini. Nell’attesa reputiamo saggio affidarsi a Bertolt Brecht: ” Tra le cose sicure, la più sicura è il dubbio ”.