Enel è il primo gigante dell’energia davvero green al mondo

Francesco Starace, il nuovo amministratore delegato di Enel, vuole portare l’azienda in una direzione nuova, che piace anche a Greenpeace.

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Non è passato troppo tempo da quando Enel era nelle mire di Greenpeace per le emissioni prodotte dai suoi impianti, ma oggi le cose sono cambiate. Il nuovo AD dell’azienda infatti ha dato un forte impulso verso le energie rinnovabili. In una intervista alla testata britannica The Guardian, ha dichiarato che la marea si muove in una direzione precisa, verso le fonti a basso uso di carbonio o, come siamo abituati a chiamarle, energie rinnovabili. “C’è una marea che sta scorrendo, e ciascuno può decidere in che direzione nuotare […] Non possiamo controllare questa marea – è l’evoluzione della tecnologia. Penso che sarebbe folle se ci fosse qualcuno che pensi di poterla influenzare“.

Niente combustibili entro il 2050

Il mondo, insomma, si muove verso le energie rinnovabili che costano sempre meno e sono sempre più efficienti, e un’azienda come Enel, primo produttore al mondo per numero di clienti, non può, secondo Francesco Starace, ignorare il cambiamento. Per questo motivo ha raccolto la sfida e deciso di impegnarsi a non costruire nessun altro impianto a carbone, ma soprattutto di diventare carbon neutral entro il 2050. Questo significa che Enel ha come obiettivo quello di compensare interamente le sue emissioni di carbonio nei prossimi 35 anni. Una scelta coraggiosa ma, secondo Starace, obbligata: la sua convinzione è che entro i prossimi 12 mesi la maggior parte delle compagnie energetiche farà lo stesso.

La scelta è comunque piaciuta a Greenpeace Italia, ben disposta nei confronti della nuova politica di Enel, che potrebbe diventare “il primo gigante dell’energia davvero green“, secondo le parole del direttore Giuseppe Onufrio. Intenzioni be supportate dai fatti: Enel ha già deciso di stanziare metà dei 25 miliardi di euro di investimenti del prossimo quinquennio per progetti basati su solare ed eolico.

Fonte foto copertina: Wikimedia