A venticinque anni dalla morte di Falcone torna a parlare Giuseppe Costanza, l’autista del magistrato salvatosi per miracolo dall’attentato mafioso.

Capaci –  Era il 23 maggio del 1992 quando Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo atterrarono alle ore 17.48 all’aeroporto di Palermo. Poco prima delle 18 il magistrato, accompagnato da due macchine della scorta, lasciò Punta Raisi dirigendosi proprio verso Palermo. Alle ore 17.58, allo svincolo dell’autostrada per Capaci, 500 chilogrammi di esplosivo nascosti in un canale sotterraneo esplosero all’improvviso. È la strage. Falcone, la moglie e gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo morirono scrivendo in modo indelebile il loro nome nella storia dell’Italia e diventando un esempio nella lotta alla mafia.

A distanza di venticinque anni dalla tragedia di Capaci, l’autista giudiziario Giuseppe Costanza è intervenuto ai microfoni di TGCOM 24 ricordando il nefasto giorno in cui la mafia decise di superare sé stessa in cattiveria e disprezzo per la vita umana. Quel giorno Costanza era nella stessa macchina di Falcone, ma a guidare, per sua stessa richiesta, era lo stesso magistrato: “Quella mattina mi telefonò alle 7 di mattina per dirmi del suo arrivo. La scorta che rimase vittima veniva raggruppata al momento, non era dedicata, dall’84 al 91 a seguirlo costantemente siamo stati in pochi. Di solito aveva una scorta organizzata al momento con gli uomini disponibili. Ne è prova il fatto che sulla macchina sulla quale viaggiava lui non voleva forze dell’ordine: sulla sua auto non è mai salito un poliziotto. Ritengo che l’attentato di Capaci sia stato un depistaggio per colpire l’uomo e addossare la colpa alla cosiddetta Mafia. Il problema è allora un altro: capire di quale Mafia stiamo parlando… Hanno addossato la colpa alla delinquenza locale, hanno preso la manovalanza, ma la mente credo che si debba ancora scoprire“. “Sono vivo sicuramente perché guidava lui – prosegue Costanza -, ma se avessi guidato io sarebbero morte altre quattro persone. Oltre me sono sopravvissuti altri tre agenti che stavano dietro la mia macchina. Lui guidava come un cittadino comune, noi autisti professionisti, invece, guidiamo tallonandoci parallelamente e così facendo, avremmo occupato tutte e tre le corsie della strada. In quel caso tutte e tre le auto sarebbedro finite contemporanemente sul punto dell’esplosione. L’attentato era fatto per Falcone, ma tecnicamente gli esecutori hanno sbagliato perché non pensavano che alla guida ci fosse lui stesso

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ultimo aggiornamento: 23-05-2017


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