Ferrari 250 GTO: la bella delle belle

La Ferrari 250 GTO è la più bella, ammirata e desiderata vettura del Cavallino. Franco Varisco, grande fotografo sportivo, l’ha conusciuta bene e ne è ancora innamorato.

Il 24 febbraio 1962, veniva presentata la Ferrari 250 GTO (Gran Turismo Omologata), realizzata per prendere parte alle competizioni della categoria. Per arcani giochi del destino nasceva la più celebre berlinetta del Cavallino e forse dell’intera storia dell’automobilismo sportivo. Un mito che non cessa di affascinare. La GTO è l’araba fenice del collezionismo d’élite. A quanto è dato sapere sono stati realizzati 39 esemplari, 36 con motore tre litri e tre quattro litri. Quante ne siano sopravvissute è uno dei misteri che hanno contribuito a creare l’alone di leggenda che le circonda. I falsi, si dice, si sprecano. E non potrebbe essere diversamente, visto che quando un esemplare finisce per essere battutto all’asta spunta cifre da capogiro.

Cosa rende la GTO tanto affascinante? Lo abbiamo chiesto a Franco Varisco che ne ha seguito passo passo la storia, immortalandone e cristallizzandone gli attimi con la sua Nikon.

«Di lei ho sentito parlare ancora prima che nascesse. Nientemeno che da Enzo Ferrari, un lontano venerdì di cinquantadue anni fa, il 2 settembre 1960, a Monza, alla Vigilia del Gran Premio d’Italia. Appoggiato alla berlinetta 250 GT Competizione di Gianni Roghi, si rivolse ai suoi collaboratori affermando perentorio: −Dobbiamo fare assolutamente una nuova GT, più bella, più aggressiva e che vada più forte di questa per stare davanti a quelli là −. Con “quelli là” intendeva gli avversari inglesi della Jaguar e dell’Aston Martin. Di tutti i suoi più stretti collaboratori, il più pronto a cogliere la nuova sfida fu Giotto Bizzarrini, un vulcanico livornese approdato alla Ferrari nel 1957 come collaudatore che, dopo aver messo a punto le celebri berlinette “a passo lungo” e a “passo corto”, si dedicò al progetto della GTO. Il tecnico toscano, che ancora oggi ama definirsi “un buon meccanico laureato in ingegneria” mi ha confidato che come al solito Ferrari voleva tutto e subito. Non c’era tempo di studiare le forme al tavolo da disegno. La straordinaria linea venne fuori a forza di martellate, per fortuna azzeccate. Nel reparto Collaudi ed Esperienze, di giorno e a volte anche di notte, il rumore assordante dei colpi di martello era sovrastato dalle urla di Enzo Ferrari e dei suoi impegnati a dare forma alla nuova auto. A quell’epoca a Maranello, come dice il maestro carrozziere Sergio Scaglietti, chi gridava più forte aveva sempre ragione. Tra urla e martellate le macchine venivano pronte in un baleno. Fu così anche per la GTO la cui carrozzeria, opera di Scaglietti, fu realizzata nel 1960 nell’officina del maestro in via Emilia Est a Modena. Lì c’ero anch’io, armato della mia Nikon, pronto a immortalare il sapiente lavoro dei battilastra. C’ero anche l’8 settembre 1961, a Monza, quando la GTO, con la carrozzeria non ancora verniciata, scese per la prima volta in pista. A guidarla, oltre al coraggioso pilota-collaudatore belga Willy Mairesse, fu chiamato l’asso inglese Stirling Moss. Non potevo mancare, il 24 febbraio 1962, quando la 250 GTO, finalmente vestita di rosso e con una vistosa fascia tricolore, fu presentata alla stampa internazionale nel cortile di Maranello. Dopo qualche mese la fotografai in pista a Monza, condotta da Lorenzo Bandini e Giancarlo Baghetti, da poco entrato a fare parte della scuderia del Cavallino.

Era una fredda mattina di marzo. I test si svolsero sotto lo sguardo severo di Enzo Ferrari, al suo fianco c’era un giovane ingegnere, Mauro Forghieri, da pochi giorni assunto a Maranello. Da quel giorno ho fotografato le GTO ovunque, in pista come in strada. Ho seguito e documentato le loro strepitose vittorie e i tre titoli mondiali consecutivi conquistati nel 1962, 63 e 64. Le ho immortalate con i più forti piloti del mondo alla guida, mentre correvano, sempre più spedite, da un trionfo all’altro. In quei tre anni ho visto nascere a Maranello 39 esemplari, tutti costruiti e montati uno per uno; per questo hanno piccole differenze che li rendono pezzi unici. Ricordo che ne ho viste di tutti i colori. La maggior parte era ovviamente rosse, ma ci furono clienti-piloti che le vollero blu metallizzato, verde pallido o scuro, bianche, grigio metallizzato, blu notte e un esemplare fu addirittura verniciato in marrone con il tetto bianco.

Una trentina di GTO, rigorosamente ridipinte “rosso Ferrari” dagli attuali proprietari, le ho riviste insieme nel 1982 e nel 1987 in Francia, in occasione del ventesimo e del trentesimo anniversario del modello. Due avvenimenti indimenticabili. Durante il primo, unico fotografo presente, riuscii a ritrarle perfettamente allineate una di fianco all’altra. Quello scatto dal titolo “Le signore in rosso” vinse nel 1984 l’ottava edizione del Premio Ferrari per la fotografia. Il mio rapporto con le “signore in rosso” è durato trent’anni, le ho inseguite per mezzo mondo, fotografate, ammirate, ascoltate, sfiorate, accarezzate, toccate, sognate e desiderate, come se si trattasse di belle donne, perché a sofisticate dame dell’alta società le GTO somigliano davvero. Belle, slanciate, eleganti, in un aderentissimo abito rosso fatto su misura che disegna le scultoree forme: un profilo affascinante, i fianchi ben modellati e un musetto provocante. Una voce armoniosa e inconfondibile. Quando si muovono si lasciano dietro un profumo inebriante che fa perdere la testa. Con queste auto ho percorso molti chilometri, sempre però al fianco di famosi piloti o fortunati proprietari, poi un giorno a Misano mi fu concesso di sedermi al volante per due giri in pista. Durò poco meno di tre minuti il sogno della mia vita. Una sensazione unica e irripetibile, una macchina velocissima, scattante, ma nel contempo facile da domare. Troppo poco il tempo per andare oltre qualche fugace sensazione, anche se in quei minuti ho capito perché quando si urlava in dialetto modenese a Maranello nascevano macchine come la GTO».

Franco Varisco l’ha vista con l’occhio dell’innamorato attraverso il mirino della sua Nikon, ma Gianni Bulgari con la 250 GTO ha corso e vinto.

«Prima della GTO avevo una 250 GT “passo corto” Competizione dalla guida piuttosto impegnativa e al confronto la GTO mi sembrò una bicicletta. L’esuberante potenza e la trazione quasi perfetta, erano gli ingredienti ideali per una tecnica di guida a “derapaggio controllato” sulle quattro ruote come si usava allora. Con la GTO ho partecipato ad alcune gare importanti come la Targa Florio del 1963 dove arrivai quarto assoluto e primo della categoria Granturismo. Vinsi poi, lo stesso anno, la coppa FISA a Monza. La GTO è ancora oggi un oggetto stupefacente. La sua linea straordinaria era frutto di una precisa funzione, quella di andare forte e non, come molti credono, un semplice esercizio stilistico. Era ed è bellissima. Viene facile il paragone con una donna intrigante, affascinante e nel contempo intelligente. Le sensazioni che si provano a guidarla sono indescrivibili. Avvolti nel fracasso infernale del suo abitacolo ci si sente padroni della strada, un piacere in cui ancora oggi indulgo volentieri».

Foto di Franco Varisco

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ultimo aggiornamento: 18-03-2015

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