Spesso risparmiatori e consulenti si chiedono se sia possibile battere il mercato e se sia meglio affidarsi ad una gestione passiva o attiva degli investimenti.

Prescindendo da un’analisi delle tecniche di Market Timing e senza entrare nel merito di una analisi comparata tra i diversi strumenti a gestione attiva e passiva, ma ragionando invece  sulle caratteristiche intrinseche dei mercati,  una prima risposta la possiamo trovare nei lavori del Prof.  E. Fama tramite la descrizione della Efficient Market Hypothesis (E.M.H.).

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la definizione di un mercato efficiente

Secondo l’E.M.H i presupposti sono da ricercare nel processo di formazione dei prezzi dei titoli.
Il processo di formazione de prezzi è, infatti, funzione delle aspettative degli operatori che, a loro volta, dipendono dalle informazioni note e disponibili.
Molte sono le condizioni necessarie per definire un mercato efficiente, ma fra tutte una sola è sufficiente e si tratta della circolarità e della trasparenza delle informazioni. Le altre condizioni, è bene ricordarlo, sono le seguenti:

  • quantità degli scambi;
  • capitalizzazione complessiva;
  • numero degli operatori;
  • regime di concorrenza
  • delle transazioni;
  • regime fiscale;
  • modalità di negoziazione;

Il modello di E. Fama illustra tre ipotesi di efficienza de mercati definite dal tipo di informazione che è incorporato nei prezzi; esse si distinguono in riservate cioè provenienti da Insider trading, private cioè elaborate all’interno delle aziende, pubbliche cioè dati di mercato, notizie sull’emittente, previsioni macro economiche, qualità del management delle aziende ecc..
E’intuitivo comprendere  come sia difficile ottenere extra rendimenti rispetto al mercato se tutti gli operatori possiedono contemporaneamente le stesse informazioni.”
In più i costi relativi alle analisi dei dati disponibili attraverso le informazioni superano mediamente l’extra rendimento ottenibile; inoltre teoricamente tutti gli analisti, lavorando sugli stessi dati, dovrebbero giungere alle stesse valutazioni. Quando ciò non accade è perché casualmente  qualcuno ha interpretato in modo diverso dagli altri i dati disponibili ed ha avuto ragione.
A sostegno dell’efficienza del mercato sono stati eseguiti molti test quale, ad esempio, quello delle “regole filtro”.
Supponendo che il prezzo di un titolo azionario abbia attraversato un periodo di ribasso, in base a tale test scatta un segnale di acquisto quando il prezzo del titolo cessa di scendere e aumenta del 10% dal punto di minimo.
Se, invece, il prezzo di un titolo stava crescendo e poi comincia a scendere, scatta un segnale di vendita quando il prezzo sarà sceso del 10% dal suo precedente punto di massimo.
Diversi studi sono stati condotti utilizzando filtri variabili dallo 0,5% al 50% ma i risultati ottenuti, al netto delle commissioni di negoziazione, sono stati sempre inferiori rispetto ad una strategia di acquisto e detenzione di un portafoglio ampiamente diversificato in modo efficiente.
Ancor più interessante è la ricerca condotta nel 1972 da W.SHARPE (Premio Nobel per l’economia nel 1990) e riproposta recentemente dalla Società americana IBBOTTSON con analoghi risultati. Tali ricerche mettono a confronto un investimento in azioni americane detenuto per lunghi periodi e una attività di trading sugli stessi titoli.
Ebbene i risultati dimostrano che:

  1. a) l’attività di detenzione di titoli azionari per lunghi periodi è poco meno remunerativa rispetto ad un’attività di market timing nella quale si siano sempre indovinati i momenti di ingresso e di uscita dal mercato;
  2. b) per battere la semplice attività di detenzione dei titoli occorre indovinare la previsione esatta circa l’andamento del mercato ben 74 volte su 100.

E’ quindi intuitivo che sia molto difficile che un gestore, per quanto abile, possa quasi sempre intuire i momenti giusti per entrare e uscire dal mercato.

L’investimento nei mercati efficienti e la sua gestione

Da quanto sin qui detto si deduce che:
quando si investe nei mercati efficienti, è fondamentale una corretta e metodologicamente solida asset allocation iniziale che diversifichi i molteplici fattori di rischio e i conseguenti motori di performance. Infatti,  la successiva gestione dell’investimento trae, nel lungo periodo, scarsi vantaggi da atteggiamenti previsivi finalizzati alla movimentazione delle singole componenti. Si dovranno pertanto  privilegiare le gestioni passive, quanto più sono efficienti i mercati su cui si vuole investire, quelle attive nel caso di mercati inefficienti, in quanto la presenza di asimmetrie informative e operative  favorisce chi ha maggiore disponibilità di informazione e analisi.

Ne consegue quindi che nella gestione degli investimenti: metodo, razionalità
e disciplina divengono ingredienti essenziali.  Definito il profilo di rischio desiderato e la corretta e metodologicamente solida asset allocation iniziale  è opportuno procedere all’attività di ribilanciamento, da effettuare con periodicità almeno semestrale, in modo da  ripristinare l’asset allocation e il livello di rischio iniziale del portafoglio variata nel corso del tempo a causa del diverso andamento delle singole attività che lo compongono. Attività sistematicamente necessaria per  mantenere una costante esposizione ai fattori di rischio del portafoglio e alle opportunità di performance.

P.P. | UNICASIM
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ultimo aggiornamento: 24-03-2017


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