Gianni Rivera, l’artista del pallone: un 10 da 10 e lode

La carriera di Gianni Rivera al Milan. Il trequartista rossonero che rivoluzionò il ruolo e trascinò la squadra ai primi successi continentali.

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Gianni Rivera Milan – “Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da ‘elzeviro’“. Così descriveva il talento del 10 rossonero uno che di poeta e prosa se ne intendeva, Pier Paolo Pasolini. L’ultimo acquisto del Milan di Fassone e Mirabelli è un potenziale numero 10, Çalhanoglu. Parlando di trequartisti il pensiero non può però andare al numero 10 vero, quello che più ha dato alla causa rossonera. Una bandiera, un artista, un Campione. Primo Pallone d’oro italiano non oriundo nel 1969, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, certamente sul podio dei più grandi italiani. Uno dei nostri rappresentanti più amati e rispettati anche dagli avversari. Per Platini “uno dei più grandi assistmen della storia”. Ha fatto storia la battuta del commissario tecnico dell’Inghilterra al termine della sconfitta della sua Nazionale contro l’Italia nel 1973: “Chi sono i quattro giocatori italiani più forti? Rivera, Rivera, Rivera, Rivera“. Insomma, un calciatore unico. Ripercorriamo insieme le fasi principali della sua lunga e vincente carriera con la maglia del Milan.

Gianni Rivera Milan: la carriera in rossonero

I primi anni. Debuttò con la maglia del Milan, dopo gli inizi all’Alessandria, il 18 settembre del ’60, proprio contro i suoi ex compagni in Coppa Italia. Le prime apparizioni, complice un ruolo che non gli si addiceva, non furono delle migliori. Venne additato da più parti come un bluff. La vera svolta arrivò con l’arrivo sulla panchina di Nereo Rocco. Nel ’61-’62 fu decisivo per lo scudetto, schierato da regista dietro le punte. Nel 1963 conquistò la prima Coppa dei Campioni della storia del Milan, prima di un club italiano: decisivi i suoi rilanci per innescare le ripartenze che consentirono di superare il Benfica di Eusebio. Arrivò secondo nella classifica del Pallone d’oro, dietro al solo Jašin.

L’epoca d’oro. La vittoria della Coppa dei Campioni fu seguita da un periodo infelice. Il Santos strappò al Milan l’Intercontinentale, in campionato nel ’64-’65 arrivò un deludente secondo posto alle spalle dell’Inter. Piazzamenti ancora peggiori nei due anni successivi. Fu nel ’66-’67 che per la prima volta gli venne affidata la fascia di capitano, in una sfida di Coppa Italia contro il Pisa.Nel 1967 fu richiamato sulla panchina rossonera Rocco, che lo riposizionò dietro un attacco formato da Hamrin, Sormani e Pierino Prati. Fu nuovamente scudetto. E non solo. Nel 1969 trascinò i suoi compagni al trionfo in Coppa dei Campioni, inventando due gol nella finalissima contro l’Ajax, vinta per 4-1 dal Milan. Stavolta i rossoneri riuscirono a vincere nel mese di ottorbe anche l’Intercontinentale, contro l’Estudiantes. Rivera segnò nella gara di ritorno a Buenos Aires. Concluse l’anno magico con la vittoria del Pallone d’oro.

Il primo addio al calcio. L’apice della sua carriera fu anche l’inizio del suo declino. La delusione per i mondiali di Messico ’70 non venne attenuata dalle successive tre stagioni in rossonero, chiuse al secondo posto. Nel marzo ’72 venne squalificato per tre mesi e mezzo per via di alcune dichiarazioni che ledevano la professionalità del designatore arbitrale, Giulio Campanati. Nel ’73, pur perdendo il campionato per via della ‘fatal Verona’, conquistò una Coppa delle Coppe e una Coppa Italia, e chiuse al primo posto nella classifica cannonieri con 17 reti, dato importante per uno che attaccante di ruolo non era. In rotta con la società per alcune decisioni a lui sfavorevoli, annunciò il ritiro nel maggio del ’75, salvo ritornare in campo a novembre in seguito al ritorno di Rocco in panchina (e al cambio di proprietà).

Il finale di carriera. Gli anni difficili continuarono, il Milan rischiò una retrocessione nel ’77, salvo riuscire a cavarsela e alla fine a mettere in bacheca una nuova Coppa Italia, vinta in finale superando i rivali dell’Inter. L’anno successivo, pur trentaseienne e molto acciaccato, riuscì a vincere un nuovo scudetto, il decimo della storia del Milan. Decisivo fu l’arrivo di Nils Liedholm in panchina: lo svedese lo riportò sulla trequarti, alternandolo con Roberto Antonelli. Dopo una breve tournée sudamericana, ‘arricchita’ dalle uniche due espulsioni della sua carriera, Rivera decise di abbandonare definitivamente il calcio giocato. Ma il suo ricordo nei cuori dei tifosi rossoneri rimarrà vivo per diversi anni, e rimane vivo tutt’oggi nei pochi fortunati che possono ricordarselo su un campo da gioco.