Vincere giocando al calcio: un nuovo diktat per Montella?

Il tecnico rossonero, nella conferenza stampa odierna, ha sottolineato la bellezza di arrivare in rete sfruttando le qualità del gioco di squadra.

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La vittoria di Verona ha scrollato di dosso al tecnico Vincenzo Montella, e apparentemente anche alla squadra, molta della tensione accumulatasi in questi ultimi giorni. In apertura dell’odierna conferenza stampa, l’allenatore di Pomigliano d’Arco ha sottolineato come abbia gradito arrivare in rete, contro il Chievo, con un’azione da quarantatré passaggi a due tocchi. Una fitta trama che imbriglia le difese avversarie togliendo punti di riferimento e aprendo spazi laddove prima non esistevano. Accantonare il gioco verticale, o perlomeno limitarlo a determinate partite o determinati momenti: è dunque questo il sogno di Montella o si tratta ‘solo’ del nuovo diktat che la squadra dovrà seguire?

Gioco Montella: dalla Roma alla Fiorentina

Fin dalle giovanili della Roma, e poi nei pochi mesi in prima squadra, Montella ha mostrato una certa predilezione per il bel gioco. “Giocare al calcio”, lo ha definito lui in conferenza stampa oggi. Una filosofia di fondo che trova alcune (senza esagerare, ovviamente) analogie con l’odierno sarrismo: ricerca del possesso, apertura degli spazi, tocchi di prima o al massimo di seconda, continuo movimento del pallone e degli uomini. Alla Roma tale formula funzionò a tratti. Molto meglio a Catania e Firenze. Nella sua avventura rossoazzurra, Montella mostrò un calcio molto sudamericano, in tal senso, complice una rosa per la gran parte argentina, fatta da giocatori che sapevano cosa vuol dire tenere un pallone tra i piedi: Sergio Almiron, Papu Gomez, Pablo Barrientos, ma anche Ciccio Lodi e Maxi Lopez. Risultato? Tanti complimenti e uno stupendo undicesimo posto. A Firenze, poi, con un tasso qualitativo mediamente molto superiore, i risultati furono anche migliori: tre quarti posti e tanti rimpianti per una Champions sempre sfumata. Vero che nell’ultima stagione la trama montelliana si era fatta lenta, a tratti prevedibile e scontata. Ma il gioco era rimasto fedele a sé stesso: ricerca del possesso palla, evitando di limitarsi a un italiano ‘catenaccio’.

Gioco Montella: l’involuzione di Genova e l’avventura rossonera

Se vogliamo, la vera svolta nella filosofia di gioco montelliana è arrivata nella stagione, al limite del disastroso, di Genova. Con la Samp Montella provò a esportare un gioco piacevole, fatto di tocchi di prima e voglia d’imporre la propria identità, ma dovette scontrarsi con una carenza tecnica evidente, oltre che con una crisi psicologica cui era difficile far fronte. D’altronde, il mister di Pomigliano non si è finora mostrato un fine psicologo. Fu allora che decise di ricorrere ai rimedi estremi: per cercare la salvezza, dovette rifugiarsi in un gioco da salvezza, con difesa arcigna e ripartenze micidiali. Risultato? Un quindicesimo posto e l’inevitabile addio a fine stagione. Un addio che coincise con l’inizio dell’avventura rossonera. Dallo scorso anno Montella ha cercato di esportare al Milan un calcio che fosse una via di mezzo tra quello ossessivo degli inizi e quello concreto della Samp. La lezione appresa sembrava essere servita: non si può “giocare al calcio” se non si hanno gli interpreti per farlo. Da tale compromesso è nato il Milan, non brillante ma indomito, che diverse soddisfazioni ha regalato ai tifosi lo scorso anno. Con gli uomini a disposizione non si poteva fare di più. Forse il problema di questo avvio stentato, per Montella, è stato proprio questo: non rendersi conto che adesso, con questa rosa, si può e anzi si deve fare di più. Serve osare per avere quella fortuna da lui invocata. Serve avere l’autostima necessaria per imporre la propria identità. La speranza di tutti i tifosi rossoneri è che la bella vittoria col Chievo possa essere non solo un episodio, ma l’inizio di una nuova epopea milanista, piacevole nell’estetica e vincente nel risultato. Al di là di moduli e freddi numeri.