Il 23 maggio 1992 l’attentato della mafia uccise il magistrato con tre agenti della scorta.

Il ministro della Giustizia di allora Claudio Martelli racconta nel suo libro trent’anni dopo dalla strage di Capaci che quell’attentato Falcone quasi lo aspettava. Era stato da poco ucciso Salvo Lima, referente siciliano del presidente Andreotti per i suoi rapporti con la mafia e Giovanni Falcone disse: “Adesso può succedere di tutto”.

Giovanni Falcone prima dell’attentato di Cosa Nostra subì attacchi e accuse da tutto il mondo istituzionale. Come ricorda Martelli sul Corriere della Sera, Falcone era scomodo allo stato stesso e alla regione Sicilia che cercò di distruggere l’opera di Falcone delle sue inchieste antimafia che cercavano di smantellare Cosa Nostra.

Secondo Martelli, il vero potere siciliano tentava di eliminare il suo lavoro. Bisognava mantenere il quieto vivere con la mafia e il magistrato dava fastidio al mondo della politica e dell’imprenditoria così come della magistratura stessa. L’ex ministro Martelli volle Giovanni Falcone al suo fianco nella lotta alla mafia come direttore degli affari penali al ministero della Giustizia. Ma Falcone lottava con Cosa Nostra anche da Roma e non lo salvarono dalla strage di Capaci.

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Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia

Falcone era convinto che i rivali fossero anche all’interno della sua stessa categoria della magistratura. Lo volevano fuori. A Roma, Falcone aveva creato la prima procura nazionale antimafia ma il Csm stava per scegliere un altro magistrato per guidarla. La strage di Capaci arrivò alla vigilia del voto e c’è chi ha pensato che anche da Roma ci fosse il benestare per rimuovere il magistrato.

Falcone è l’uomo simbolo della lotta alla mafia e a Cosa Nostra. Nonostante gli ostacoli imposti da ogni parte, è stato capace con il pool di Antonino Caponnetto di portare a processo ben 474 imputati e istituire con Borsellino il cosiddetto maxiprocesso.

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ultimo aggiornamento: 20-05-2022


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