Il gruppo Ludwig fu la sigla usata da Marco Furlan e Wolfgang Abel per rivendicare una serie di omicidi e attentati tra il 1977 e il 1984.
Ci sono nomi che nella cronaca nera italiana restano legati non solo ai delitti, ma anche all’ideologia che li ha accompagnati, il gruppo chiamato Ludwig è l’esempio lampante. Dietro quella sigla c’erano Marco Furlan e Wolfgang Abel, due giovani provenienti da famiglie benestanti dell’area veronese, molto lontani dall’immagine comune del criminale di strada. Eppure, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, i due finirono al centro di una delle vicende più inquietanti della cronaca italiana ed europea.
Il gruppo rivendicava i propri omicidi con messaggi dal tono fanatico, spesso accompagnati da riferimenti neonazisti e da una visione delirante di “purificazione” del mondo. Le vittime venivano scelte perché considerate, secondo quella logica distorta, persone da eliminare: senzatetto, omosessuali, tossicodipendenti, prostitute, sacerdoti ritenuti “peccatori” e frequentatori di locali a luci rosse.
I delitti firmati Ludwig e la scia di sangue tra Veneto, Lombardia e Baviera
La prima vittima fu Guerrino Spinelli, un uomo senza fissa dimora che dormiva dentro una Fiat 126 a Verona. Nell’agosto del 1977, l’auto venne incendiata con bottiglie molotov. L’uomo morì dopo giorni di agonia. Fu l’inizio di una sequenza che avrebbe assunto contorni sempre più feroci.

Nel 1978 venne ucciso Luciano Stefanato, cameriere omosessuale, colpito con decine di coltellate a Padova. L’anno successivo toccò a Claudio Costa, giovane tossicodipendente assassinato a Venezia. Nel 1980, a Vicenza, venne uccisa Alice Maria Baretta, prostituta di 52 anni, colpita con violenza estrema usando un’ascia e un martello.
La sigla Ludwig cominciò a rivendicare pubblicamente i delitti, trasformando gli omicidi in una specie di messaggio politico e religioso distorto. Nel 1983, la violenza si spostò anche su obiettivi simbolici. A Trento venne ucciso don Armando Bison, sacerdote trovato morto con un oggetto appuntito conficcato nel cranio e un crocifisso legato all’arma.
Il caso più devastante fu però il rogo del cinema Eros di Milano, il 14 maggio 1983. Il locale a luci rosse venne dato alle fiamme e morirono sei persone. Tra loro ci fu anche un medico che era entrato nella sala per prestare soccorso. L’attentato colpì per la crudeltà del metodo: il fuoco venne usato come strumento di punizione contro un luogo considerato “immorale” dalla visione fanatica del gruppo.
Nel gennaio 1984, un altro incendio colpì un locale a Monaco di Baviera, provocando la morte di una donna italiana. Pochi mesi dopo, la storia di Ludwig arrivò alla sua svolta finale.
L’attacco alla discoteca Melamara, l’arresto e le condanne
Il 4 marzo 1984, Furlan e Abel tentarono un nuovo attentato alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Nel locale c’erano centinaia di ragazzi, molti dei quali mascherati per una festa di carnevale. Secondo la ricostruzione, i due portarono taniche di benzina e provarono ad appiccare il fuoco alla moquette.
Questa volta, però, il piano fallì. I materiali ignifughi e l’intervento rapido impedirono una strage. I presenti si accorsero di quanto stava accadendo, i due vennero bloccati e poi arrestati. Fu il momento in cui la sigla Ludwig smise di essere un fantasma fatto di lettere anonime e rivendicazioni, e assunse finalmente due volti precisi.
Il processo portò alla condanna di Marco Furlan e Wolfgang Abel. In primo grado ricevettero 30 anni di carcere, poi la pena venne rideterminata a 27 anni. La vicenda giudiziaria fu lunga e discussa, anche per il riconoscimento della seminfermità mentale e per le polemiche sulle scarcerazioni successive.
Marco Furlan tornò progressivamente in libertà dopo avere scontato la pena. Wolfgang Abel, invece, dopo il carcere e gli arresti domiciliari, tornò libero nel 2016 e morì nel 2024, dopo anni trascorsi in condizioni gravissime in seguito a un malore e a una caduta.
Il gruppo Ludwig resta ancora oggi una delle pagine più cupe della cronaca nera italiana. Non solo per il numero delle vittime e la ferocia dei delitti, ma perché mostrò il volto di una violenza ideologica fredda, selettiva e rivendicata, costruita sull’idea delirante di decidere chi fosse degno di vivere e chi no.