Honda Africa Twin: il mito della Pa-Dak

Il mito della Honda Africa Twin è nato nella Pa-Dak, come chiamavano i francesi la “loro” Paris-Dakar, una infernale maratona di oltre 10.000 km, in gran parte su sterrati e piste dei Paesi africani.

Qualcuno ha detto che per correre alla Dakar bisognava amare l’Africa, altrimenti non se ne capiva il senso. Il suo ideatore, Thierry Sabine, era “malato d’Africa” quando alla fine degli anni Settanta elaborò uno dei cocktail più esplosivi che mai fosse stato servito nel mondo delle corse: Africa, sì, ma anche avventura con la “a” maiuscola, rischio e, soprattutto, competizione all’estremo per uomini e mezzi.

Una massacrante maratona di oltre 10.000 km, in gran parte su sterrati e piste di alcuni tra i più remoti e inospitali luoghi dei Paesi africani. Una sfida infuocata che divampava nelle prime tre settimane di gennaio, quando l’Europa era stretta nella morsa del gelo. Un rally fuori dall’usuale che coinvolgeva auto, camion e moto in un’allucinante corsa verso il Senegal e la mitica Dakar. Prove speciali e controlli a tempo, spesso nel deserto, rendevano la gara ancora più selettiva.

Le soste per i rifornimenti e il riposo erano ridotte al minimo indispensabile. Si partiva alle prime luci dell’alba e si guidava per dieci, quindici ore, a un ritmo forsennato, senza un attimo di respiro per chilometri e chilometri, circondati da una natura ostile. Si dormiva in media tre, quattro ore per notte, consumando, quando possibile, un solo pasto caldo. Eppure, il grande rischio e l’avventura portati all’esasperazione erano la miscela esplosiva fatta di coraggio, incoscienza, voglia di emergere a ogni costo e a tutti i costi che era la Pa-Dak, come la cominciarono a chiamare i francesi, i primi a non sapere resistere al richiamo dell’avventura quando Thierry Sabine, un pressoché sconosciuto giovanotto, propose loro di mollare tutto e, il 1° gennaio del 1979, partire da Parigi in auto o in moto per l’Africa nordoccidentale.

Laggiù li aspetta la più pazza corsa del mondo. Dei 165 partiti solo 69 raggiungono Dakar. Vince Cyrill Neveu, in sella a una Yamaha XT 500. Le prove speciali su percorsi infernali decimano i concorrenti, costringendone più della metà al ritiro. Alle prese con una organizzazione spesso improvvisata e che improvvisa, in luoghi sconosciuti e tra una natura ostile, molti rischiano di perdersi nel deserto. L’unico a non perdere il cipiglio e la sicurezza del condottiero è lui, Thierry Sabine, che tra le dune del Sahara pone i mattoni della sua leggenda. Thierry giganteggia su tutto e su tutti: padre e despota della “carovana”, condanna e assolve, crea e distrugge.

La stampa transalpina, l’unica ad occuparsene, non dà grande credito alle smargiassate di Sabine che descrive la sua corsa come “l’Ultima Avventura”, ma ormai il germe è nell’aria, altri motociclisti, i veri eroi della Pa-Dak, non vedono l’ora di partire. Anche le Case fiutano l’occasione per sfruttare il fenomeno. BMW decide di partecipare ufficialmente con la sua R80 G/S, prima maximoto da fuoristrada europea, le giapponesi accettano la sfida. L’ultima avventura di Thierry Sabine diventa ben presto una delle corse in fuoristrada più celebri al mondo. Lo rimarrà sino al 1986 quando Sabine si schianta con il suo elicottero in una duna nei pressi di un oscuro villaggio sulle rive del Niger. La Pa-Dak sopravviverà per qualche anno al suo inventore, ma il rapido deterioramento della situazione socio-politica dei Paesi attraversati e non ultimo la sua indubbia pericolosità finiranno per mettere fine all’Ultima Avventura.

Molte delle moto derivate dai prototipi che hanno vinto la Parigi-Dakar hanno avuto uno straordinario successo commerciale. Tre spiccano su tutte: BMW GS, Yamaha Ténéré e Honda Africa Twin.

Iscriviti alla Newsletter:

Acconsento all’invio di newsletter di Delta Pictures

ultimo aggiornamento: 24-07-2015

Enzo Caniatti

X