Lo schiaffo è stato potente, quasi brutale. E infatti Trump, forse per la prima volta dall’insediamento alla Casa Bianca, ha barcollato.
Il messaggio della Corte Suprema è stato chiarissimo: il presidente non aveva l’autorità per imporre dazi a decine di partner commerciali degli Stati Uniti. Questa la sintesi di una sentenza che poggia su basi solidissime: l’alta corte, ricordiamolo, a maggioranza conservatrice, ha spiegato che l’International Emergency Economic Powers Act – cioè la legge del 1977 che in alcune circostanze dà al presidente l’autorità di regolamentare o vietare determinate transazioni internazionali durante un’emergenza nazionale e alla quale Trump ha fatto ricorso per giustificare le tariffe a mezzo mondo – non autorizza il presidente a imporre dazi.
Nel suo delirio di onnipotenza il presidente pensava di essersi fatto beffe della Costituzione, secondo la quale, in generale, i dazi devono essere approvati dal Congresso Usa, che ha l’autorità esclusiva di imporre tasse. Come ha affermato il presidente della Corte Suprema John Roberts:”Il mezzo è l’imposizione di tasse agli americani, e questo è sempre stato un potere fondamentale del Congresso”.

Parole che hanno scatenato la rabbia di Trump, da sempre in modalità chi non è con me è contro di me. “Mi vergogno di alcuni membri della Corte”, ha commentato il presidente, accusando i giudici che hanno votato contro di lui di essere “antipatriottici e sleali alla Costituzione”. Secondo chi scrive, il 20 febbraio resterà nella storia del presidente americano. E’, probabilmente, il vero Liberation Day.
Non quello strombazzato al momento dell’annuncio dei dazi nel Giardino delle Rose della Casa Bianca nell’aprile 2025. E’ la liberazione da un’arroganza cieca, quella di un presidente che pretende di avere sempre ragione, convinto che il rilancio dell’America, la famosa Età dell’Oro che aveva promesso, passi attraverso il suo cervello e basta. Nessuna mediazione: dell’economia, della politica, della Storia.
Trump ha ignorato i segnali di allarme dei mercati, ha irriso chi provava a spiegargli che i dazi sarebbero stati un boomerang per l’America. “Da quel giorno abbiamo sperimentato il caos. Tariffe aumentate da un giorno all’altro. Nessun orizzonte di pianificazione” ha dichiarato Richard Trent, direttore esecutivo della Main Street Alliance, un’organizzazione che rappresenta oltre 30mila piccole imprese statunitensi.
E’ vero, l’amministrazione Trump ha incassato più o meno 130 miliardi di dollari di entrate tariffarie, ma queste si sono tradotte in una tassa a carico di aziende e consumatori americani. Nelle prime molti licenziamenti e l’azzeramento dei piani di crescita, tra i secondi gli effetti deleteri sulla spesa quotidiana. Nel settembre 2025 Scott Bessent, il Segretario al Tesoro, disse che se l’amministrazione avesse perso alla Corte Suprema, il governo sarebbe stato costretto a emettere rimborsi per la metà delle entrate tariffarie riscosse.
Soldi che sarebbero vitali per molte aziende. Trump ci pensi. Rifletta, una volta tanto. Se il Paese va a rotoli, vanno male anche le aziende del Presidente. Se sono state le promesse sull’economia a spingerlo alla Casa Bianca per la seconda volta, un peggioramento, costante, graduale, dell’economia potrebbe svelare il Grande Bluff targato Trump.