Insultare il capo in chat? Si può fare…

Cassazione: insultare il capo in chat non comporta il licenziamento per giusta causa se il messaggio è inviato a un determinato gruppo di persone.

Ha fatto discutere – e ha fatto giurisprudenza – il caso del dipendente di un’azienda di Taranto che aveva insultato su una chat l’amministratore delegato della sua azienda. Inutile sottolineare come il testo dei messaggi sia presto finito dallo schermo del telefono alla scrivania dell’ad in questione che ha deciso di licenziare il dipendente ribelle.

Cassazione: le offese in chat non rappresentano una causa per il giusto licenziamento

La Suprema Corte di Cassazione  ha però fatto sapere che le offese in chat non rappresentano una causa per il giusto licenziamento. I giudici hanno stabilito che i messaggi inviati a un gruppo sono da considerarsi corrispondenza privata, e quindi tutelata dalla privacy. I messaggi delle chat in questo caso non rappresentano dunque una testimonianza valida, almeno fino a quando si resta nei limiti della libertà d’espressione. Per quanto colorita magari.

Per la Corte di Taranto è quindi ingiusto il licenziamento basato su offese scritte in chat o mail che non possono essere considerate prove utilizzabili per il licenziamento.

I messaggi che circolano attraverso le nuove forme di comunicazione, ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone, ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto le chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa ed inviolabile”, recita la sentenza dei giudici della Corte di Taranto.

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Reintegrato e risarcito il dipendente di Taranto licenziato per giusta causa

Il dipendente del caso analizzato dalla Corte di Taranto sarà dunque reintegrato e incasserà un risarcimento che il datore di lavoro dovrà versare nelle sue casse per averlo licenziato senza giusta causa.

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ultimo aggiornamento: 12-09-2018

Nicolò Olia

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