La carriera rossonera del centravanti danese che, senza clamori o attestati di merito, fu decisivo per il primo grande trionfo di Ancelotti.

Tomasson Milan – Ci sono calciatori che lasciano il segno anche senza essere ricordati e celebrati come meritato. Giocatori che si pongono a metà strada tra le meteore e le leggende, che contribuiscono alla storia di un club senza firmare in calce con un pennarello indelebile. Reti tanto importanti quanto secondarie nella memoria collettiva. Uno che di questa tipologia di gioie è stato un grande esperto è Jon Dahl Tomasson, lo Scorpione Bianco, tra i talenti più importanti del calcio danese eppure passato quasi come un giocatore qualunque tra le fila del Milan anni 2000. Eppure, in molti ancora lo ricordano con affetto. Proviamo a ricordarne insieme il motivo…

Tomasson Milan: quel gol al 91′ che cambiò la storia…

Gli inizi. Il primo contratto da professionista di quel grande professionista che è sempre stato Tomasson fu con l’Heerenveen, in Eredivisie. Titolare dal 1995/96, il danese fu capocannoniere della squadra, siglando 14 gol in 30 partite di campionato. L’anno dopo si milgiorò, arrivando a 18 gol. Venne quindi comprato dal Newcastle per 30 milioni di sterline, ma in Premier non riuscì a lasciare il segno. Per tutti, il motivo era la sua gracilità fisica, poco adatta a un campionato agonistico come quello inglese. Il Daily Mail lo inserì addirittura nella classifica dei cinquanta peggiori attaccanti della Premier di sempre: un riconoscimento decisamente immeritato. Tornato in Eredivisie, al Feyenoord, nel 1998/99, divenne subito decisivo, vinse il campionato e si rilanciò anche in Nazionale. Quindi, nel 2001/02, passò al Milan a parametro zero.

Tomasson Milan. Al primo anno in rossonero, riuscì a conquistare una Coppa Italia e, soprattutto, la Champions League della finale di Manchester. In quell’edizione segnò tre reti, di cui una semplicemente fondamentale. Quarti di finale con l’Ajax, andata all’Amsterdam Arena terminata 0-0. Il Milan si giocava il passaggio alle semifinali tra le mura amiche. Gli olandesi non erano squadra da sottovalutare: tra le proprie fila figuravano giovani di grande avvenire come Snejider, van der Meyde, Chivu, Ibrahimovic e Pienaar. Aprì le danze Inzaghi, pareggiò Litmanen. Shevchenko riportò in vantaggio i rossoneri, ma Pienaar smorzò gli entusiasmi siglando il 2-2. San Siro era ammutolito, la qualificazione stava sfuggendo di mano in maniera inverosimile. Ancelotti si girò, chiamò dalla panchina l’attaccante danese e lo gettò nella mischia. Mai mossa fu più azzeccata. Novantunesimo minuto: sciabolata di Maldini, sponda di Ambrosini per Inzaghi che con un pallonetto scavalcò Lobont. La palla sarebbe entrata, o forse no. Fatto sta che Tomasson, lo Scorpione Bianco, con un colpo di coda micidiale tolse ogni dubbio. Il gol del 3-2 definitivo era il suo, ma nessuno sembrava accorgersene. Inzaghi fu celebrato da tutti: compagni, tecnici, persino dal telecronista. Solo il tabellino sembrava essersi accorto della zampata di Tomasson. Un eroe senza medaglia.

La fine. L’anno successivo il Milan di Tomasson vinse scudetto e Supercoppa europea. Pur con uno scarso minutaggio, l’attaccante siglò 12 reti in campionato. Quindi, dopo aver alzato la Supercoppa italiana del 2004/05 e la delusione di Istanbul (in cui siglò uno dei rigori), Tomasson si trasferì allo Stoccarda. Dopo una parentesi in Spagna, al Villarreal, tornò al Feyenoord. Nel 2011 il ritiro dal calcio giocato di un attaccante silenzioso quanto prolifico, capace di mettere a segno 180 gol in 450 presenze, 22 in 76 con la maglia del Milan. Dati non straordinari ma nemmeno da dimenticare. Perché se si fa attenzione, quella firma in calce, seppur non indelebile, è ancora possibile notarla…

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ultimo aggiornamento: 15-08-2017


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