La storia della 10: estro e fantasia che manca al Milan di oggi

Da Rivera a Gullit, da Boban a Savicevic, da Rui Costa a Seedorf: campioni veri, capaci di nobilitare il numero 10 sulle spalle.

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Gran parte del fascino di questo sport meraviglioso lo si deve a lei. La maglia numero 10 è quel numero che quando siamo piccoli, tutti speriamo di indossare almeno una volta, non importa come o in che circostanza, poiché il brivido e l’emozione di essere considerato “il più forte” anche per un solo istante non hanno prezzo. Talento, creatività, equilibrio questi sono gli elementi necessari per la 10. Un tempo questo numero veniva assegnato al regista della squadra, ovvero a colui che giocava al centro del campo, una sorta di direttore d’orchestra che smistava tutti i palloni e dal quale transitavano tutte le azioni di gioco. Con il passare del tempo le cose sono cambiate.

Il numero 10 lo indossano di norma le seconde punte, giocatori rapidi, tecnici e veloci capaci di giocate e assist sublimi. Nella storia rossonera abbiamo avuto la fortuna di ammirarne molti.

A ripensare al pallonetto folle di Savicevic al Barcellona nel’94, all’assist di Rui Costa per Shevchenko contro il Real Madrid o al gol di Seedorf nel derby vinto per 3-2 dal Milan vengono i brividi

Era un Milan diverso, colmo di campioni e talento, pronto a sconfiggere qualsiasi avversario in ogni competizione.

La società oggi è cambiata, la nuova proprietà ha come grande obiettivo quello di riportare, in breve tempo, il Milan a quei livelli.

Ci manca il 10, basta marketing e merchandising, è ora di trovare un degno solista che si riprenda cura di questa maglia importante, magari un nuovo acquisto potrebbe già meritarsi questo numero sulle proprie spalle dalla prossima stagione. I tifosi incrociano le dita chissà, forse tra le pieghe della modernità c’è ancora spazio per un piccolo lampo di poesia.