Il 24 marzo 1944 le SS compiono l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma. La rappresaglia dopo via Rasella costa a vita a 335 italiani.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine è stato uno dei più gravi massacri perpetrati dall’occupazione nazista in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’attentato di via Rasella a Roma

L’eccidio fu compiuto quale rappresaglia all’azione del giorno precedente, il 23 marzo, a opera dei partigiani dei GAP, Gruppi di Azione Patriottica. In via Rasella, a Roma, fu fatta detonare una bomba a miccia, confezionata con 18 kg di esplosivo misto a spezzoni di ferro. Dopo l’esplosione furono lanciate alcune bombe a mano dai tetti delle case per ingannare e onde dare l’impressione che le bombe occorse per l’attentato alla colonna erano partite dall’alto dei palazzi. Rimasero uccisi 32 militari dell’11/a Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen e un altro soldato morì il giorno successivo, oltre a due attentatori e un civile di 13 anni.

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La rappresaglia alle Fosse Ardeatine

Subito dopo giunse sul posto il generale Kurt Mälzer, comandante della piazza di Roma, il quale diede in escandescenze e proclamò subito la volontà di procedere alla vendetta, distruggendo tutto il quartiere e eliminando gli abitanti. Il colonnello Kappler assicurò che avrebbe svolto un’inchiesta immediata per appurare modalità e responsabili dell’attacco.
Dopo consultazioni tra i comandi tedeschi, inclusi il quartier generale in Italia del feldmaresciallo Albert Kesselring ed il quartier generale di Hitler, si stabilì che dovevano essere uccisi 10 italiani per ogni soldato tedesco morto. Kappler, insieme al questore di Roma Pietro Caruso – che a seguito degli stessi fatti venne poi processato e condannato a morte-, attese alla scelta di una parte delle vittime: in gran parte civili ed ebrei vennero condotti da Erich Priebke e Karl Hass presso le Fosse Ardeatine, fucilati in gruppi di cinque. 

Il luogo della memoria

Le Fosse Ardeatine, antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina, scelte quale luogo dell’esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, nel dopoguerra sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale. Sono oggi visitabili e luogo di cerimonie pubbliche in memoria.


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