Le origini dei movimenti femminili: dalle suffragette al diritto di voto

Le origini dei movimenti femminili: dalle suffragette al diritto di voto

Le origini dei movimenti femminili, un viaggio storico che prende avvio con l’audace lotta delle suffragette per il diritto di voto, rappresentano un capitolo cruciale nella lunga marcia verso la parità di genere.

Nella prima puntata di questa rubrica, che vuole essere uno spunto di riflessione sui temi della parità di genere e della situazione femminile, abbiamo indicato i dati, non così confortanti, del Global Gender Index 2023 del Global Economic Forum.
Non possiamo però dimenticare quali e quanti siano i diritti conquistati dalle donne nel mondo occidentalizzato in quasi due secoli di battaglie, diritti che, tuttavia, non possiamo mai considerare definitivamente raggiunti e che sono ben lontani dall’essere patrimonio di tutte: basti pensare alla tragica condizione delle donne afgane o alla coraggiosa e disperata battaglia delle ragazze iraniane.
Due secoli di battaglie per sradicare una visione patriarcale che risale al mondo greco romano in cui la missione della donna era quella di sposa e madre all’interno della casa, la domus, e ben lontano dalla res pubblica.

Matilda de Angelis interpreta Lidia Poet


Ancora nel 1883, Lidia Poet, la prima giovane donna che era riuscita (sfidando l’ostracismo del mondo che la circondava e anche grazie all’aiuto – non va dimenticato – di uomini illuminati) a diventare la prima avvocata del Regno d’Italia e dell’intera Europa, si era vista rifiutare il titolo con motivazioni riferite appunto alla missione tradizionale della donna nell’antica Roma.
Non solo. La Corte d’Appello di Torino scrisse che le donne avevano una scatola cranica ridotta rispetto a quella maschile, quindi un cervello più piccolo, erano meno intelligenti, meno logiche, preda del sentimentalismo e delle mestruazioni e, nelle aule di un tribunale, avrebbero perso il fascino della poesia, messo in ridicolo l’avvocatura indossando abiti alla moda sotto la toga, esposto al sospetto i giudici ogni volta in cui questi ultimi avessero deciso in favore di una parte difesa da un’”avvocatessa leggiadra”.

Motivazioni violentemente discriminatorie che, dietro alla misoginia, nascondevano gli stessi timori per cui, dalla metà dell’800, le suffragette inglesi si videro oggetto di prevaricazioni e di scherno.
Il timore dei magistrati, secondo gli studiosi, era che le donne, diventate avvocate, si battessero – proprio come, in effetti, era intenzione di Lidia Poet – per ottenere il diritto di voto femminile e che, una volta diventate elettrici, le donne riuscissero poi a farsi eleggere e, giunte in Parlamento, esercitassero un potere di indirizzo sulle scelte legislative sino ad allora di esclusivo appannaggio maschile.

Nessuna donna all’epoca di Lidia Poet riuscì a diventare avvocata attraverso un processo; fu sempre necessaria una legge, in Francia nel 1909 e alle prime due giovani che giurarono, Le Figarò dedicò un trafiletto in seconda pagina dal titolo “Che brave! Si sono cucite il vestito da Sole!”

Lidia Poet dovette invece attendere il 1920 per iscriversi all’Albo degli Avvocati, quando la “Legge Sacchi” consentì anche alle donne di esercitare l’avvocatura mentre permaneva il divieto all’accesso in magistratura e nelle forze armate. In Italia le donne sono diventate magistrate nel 1963, poliziotte nel 1981 e membri delle forze armate nel 1999. Date che fanno impressione!

E del diritto di voto alle donne che ne è stato? Lidia Poet, che fu capofila nella battaglia, votò per la prima volta nel 1946, al referendum fra Monarchia e Repubblica.
La giornalista Anna Garofalo usò queste parole per descrivere l’emozione: “le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore”.
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