Luciano Nicolis: il sognatore

Luciano Nicolis, industriale di successo, è stata una delle personalità di maggior spicco del collezionismo mondiale. Ha lasciato in eredità uno straordinario museo.

Luciano Nicolis aveva un sogno nel cassetto, creare un museo per i suoi “ferri vecchi” raccolti per anni e riportati all’antico splendore con immenso amore. Quando nel 2000 il sogno si avverò, volle che all’ingresso fosse posta una grande scritta: “ Noi non siamo i proprietari di tutto questo, ne siamo i custodi per il futuro”. Ai visitatori si presentava dicendo: «Io sono quel matto che ha creato tutto questo». E si divertiva a stupirli raccontando di ogni pezzo la storia, arricchita di aneddoti e curiosità. La sua vita ha il sapore delle favole d’altri tempi.

Luciano Nicolis nacque in provincia di Verona nel 1933 da una famiglia non certo agiata. Erano anni grami e tutti in casa dovevano dare una mano. Era poco più che un ragazzino quando cominciò ad accompagnare il padre, aiutandolo nella raccolta della carta da macero. Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra. Le cartiere furono chiuse e per la famiglia Nicolis le cose si complicarono. Visse di ciò che possedeva: una capra, delle oche e dei conigli. I bambini passavano il tempo a raccogliere erba per i conigli o a pascolare le oche. Poi vennero i duelli nel cielo tra gli aerei alleati e quelli tedeschi. Luciano, come gli altri ragazzini del posto, scoprì una nuova attività: raccogliere i paracadute dei piloti abbattuti, preziosa seta che le donne di casa trasformavano in camicie e vestiti. Alla Liberazione rischiò di lasciarci la pelle giocando con una granata che esplose, per fortuna lontano anche se le schegge gli procurarono dolorose ferite. Nei giorni del dopoguerra accompagnò il padre a cercare i residuati bellici e imparò a smontarli. Soprattutto la strumentazione degli aerei colpì la sua fantasia, era un divertimento smontarla per recuperare gli ingranaggi e studiarli.

La madre voleva che diventasse prete così riprese gli studi. Ma la disciplina dei “preti” non gli piaceva affatto. Alla fine la famiglia cedette e gli permise di terminare la terza media a Villafranca. Finite le lezioni, nel pomeriggio, Luciano prendeva la bicicletta, munita di due robusti portapacchi, e andava a Mantova. Qui passava per i cantieri edili a raccogliere i sacchi, precedentemente usati per il cemento. Li pagava 10 lire l’uno per poi rivenderli a 20 con un guadagno del 100 per 100. In tre ore di lavoro riusciva a portare a casa anche 3000 lire. Con i primi guadagni, aveva diciassette anni e mezzo, acquistò un malandato camioncino ricavato da una Fiat 501 del 1920. Per paura che prima o poi lo lasciasse a piedi si improvvisò meccanico, iniziando a studiarlo in ogni dettaglio. Non avendo soldi da spendere per le riparazioni si ingegnò come poteva. Per esempio, per avvicinare le bronzine, tagliava dei barattoli e metteva queste strisce di latta sulle rotaie della ferrovia per appiattirle.

Gli affari dei sacchi andavano a gonfie vele tanto che nel 1951 poté comprare la sua prima auto, una Topolino balestra lunga del 1948 per 420.000 lire. Con la carta cominciò a recuperare anche il ferro vecchio, così finì per ritirare una Bianchi Torpedo che il proprietario non voleva più perché preferiva la Balilla. Non aveva ancora la sindrome del collezionista, la distrusse per ricavare parti di ricambio per il camioncino. Partì per il servizio militare, divenne aviere e imparò a pilotare un aereo. Tornato a casa, decise di allargare ulteriormente l’attività. Fu uno dei primi italiani, se non il primo, ad andare all’estero a cercare carta da macero da importare. Nel 1963 fondò la Lamacart di Luciano Nicolis, specializzata nella raccolta e la lavorazione della carta da macero.

Fu in quegli anni che nel giovane industriale iniziò a svilupparsi la sindrome del collezionista. Nel “ferro vecchio” c’erano tante bellissime auto e moto, magari malconce, ma che era un vero peccato demolire. La passione per la meccanica fece il resto, cominciò a ripulirle e ripararle, voleva riportarle all’antico splendore per vedere come erano in origine. Il “fiuto” del cercatore e del raccoglitore lo portò a battere la campagna veronese, l’Italia e poi il mondo intero per scovare auto, moto, bici e altro ancora laddove altri vedevano soltanto rottami.

I capannoni si riempirono, negli anni Ottanta non c’era più spazio. Luciano Nicolis “sognò” un grande spazio espositivo, un museo dove esporre i suoi tesori al pubblico, perché tutti potessero condividerli. Quando iniziò a parlarne venne guardato come un visionario. Ma aveva dalla propria parte la forza di volontà e una incrollabile fede capace di smuovere le montagne. Il 9 settembre 2000 il Museo fu inaugurato. Poi vennero i premi e i riconoscimenti. Le sue auto vinsero i più ambiti trofei nei concorsi internazionali di eleganza e Luciano Nicolis divenne una delle personalità di maggior spicco del collezionismo mondiale. Il suo cuore “matto” lo tradì il 21 aprile 2012 privando il mondo del collezionismo di uno dei suoi grandi eroi. Prima di lasciarci passò il testimone alla figlia Silvia, che, fedele agli insegnamenti di papà Luciano, ne ha proseguito e ampliato la grande opera, ma questa è un’altra storia.

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ultimo aggiornamento: 24-03-2015

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