Il caso di Marina Di Modica, scomparsa a Torino l’8 maggio 1996 dopo un appuntamento annotato in agenda per valutare alcuni francobolli, e la condanna definitiva di Paolo Stroppiana per omicidio preterintenzionale.
Il delitto di Marina Di Modica è uno dei casi più discussi della cronaca giudiziaria torinese. Marina aveva 39 anni, era una logopedista e l’8 maggio 1996 uscì dalla sua vita quotidiana senza farvi più ritorno. Da quel giorno il suo corpo non è mai stato ritrovato.
Per anni il caso è rimasto sospeso tra scomparsa, indizi e domande senza risposta. Poi il nome di Paolo Stroppiana, ex filatelico della Bolaffi, entrò nell’inchiesta. Il collegamento nacque da un dettaglio apparentemente piccolo: alcuni francobolli trovati da Marina e un appuntamento segnato nella sua agenda per la sera della scomparsa.
La vicenda si è chiusa sul piano giudiziario nel 2011, quando la Cassazione ha confermato la condanna a 14 anni per omicidio preterintenzionale. Ma resta un elemento che rende il caso ancora oggi doloroso e incompleto: Marina Di Modica è stata riconosciuta vittima di omicidio, ma il suo corpo non è mai stato restituito alla famiglia.

Marina Di Modica: l’agenda, i francobolli e l’ultimo appuntamento
La giornata dell’8 maggio 1996 cominciò come una giornata normale. Secondo la scheda di Chi l’ha visto?, Marina uscì dall’ufficio alle 16.30, fece alcuni acquisti in via Madama Cristina, poi tornò a casa, in via della Rocca, per prendere la sua Y10. Quell’auto sarebbe stata ritrovata tre giorni dopo davanti all’ospedale Mauriziano, regolarmente chiusa.
Dalla casa mancava una cosa precisa: una scatola di vecchi francobolli che Marina voleva far valutare. Nell’agenda, alla data dell’8 maggio, compariva un appuntamento con un esperto filatelico. Quel nome portò gli investigatori a Paolo Stroppiana, conosciuto qualche tempo prima durante una cena organizzata da un’amica.
Il punto centrale dell’inchiesta diventò proprio quell’incontro. Stroppiana, in un primo momento, negò che fosse previsto un appuntamento. Poi ammise che l’appuntamento era stato fissato, sostenendo però di averlo annullato. Per gli inquirenti e poi per i giudici, quella spiegazione non reggeva: Marina era una donna metodica, precisa, abituata a cancellare gli impegni disdetti, e quella sera risultava essersi preparata per uscire.
Il caso non aveva un corpo, non aveva un’arma, non aveva una scena del delitto tradizionale. Aveva però una sequenza di indizi: l’appunto sull’agenda, la scatola di francobolli sparita, l’auto lasciata lontano da casa, le versioni cambiate e il mancato ritorno di Marina. Da questi elementi nacque uno dei processi indiziari più noti della cronaca torinese.
La condanna senza corpo e i dubbi rimasti
L’inchiesta ebbe un percorso lungo e tormentato. Dopo anni di stallo, il fascicolo venne rilanciato nei primi anni Duemila. Nel 2002, Stroppiana fu iscritto nel registro degli indagati per l’omicidio di Marina. Nel 2004, dopo una richiesta di archiviazione del pubblico ministero e l’opposizione della famiglia Di Modica, il giudice dispose l’imputazione coatta e poi il rinvio a giudizio per omicidio e occultamento di cadavere.
Il processo attraversò più gradi di giudizio. In primo grado arrivò una condanna a 21 anni per omicidio volontario. In appello la qualificazione cambiò fino alla condanna definitiva a 14 anni per omicidio preterintenzionale.
Secondo la ricostruzione della Corte d’Assise d’Appello, la morte di Marina non poteva essere spiegata come un allontanamento volontario o come un incidente: per i giudici, l’omicidio era l’unica spiegazione coerente con la sparizione della donna e del suo corpo.
Le motivazioni della sentenza indicarono indizi gravi, precisi e concordanti. Tra questi: l’appuntamento per i francobolli, la sparizione della scatola e la scomparsa definitiva di Marina. La Corte ipotizzò che l’incontro fosse avvenuto nel tardo pomeriggio, che i due si fossero allontanati insieme e che, dopo la morte della donna, il corpo fosse stato nascosto per cancellare le tracce del delitto.
Stroppiana ha sempre negato di aver ucciso Marina Di Modica. Questo va ricordato insieme alla verità processuale: per la giustizia italiana, la sua responsabilità è stata accertata in via definitiva; per la famiglia, però, è rimasta una ferita ulteriore, perché Marina non ha mai avuto una sepoltura.