La storia del Massacro di Port Arthur, avvenuto il 28 aprile 1996 in Tasmania: 35 morti, decine di feriti, la cattura di Martin Bryant e la riforma australiana sulle armi da fuoco.
Il Massacro di Port Arthur è una delle tragedie più gravi nella storia moderna dell’Australia. Il 28 aprile 1996, nella penisola di Tasman, in Tasmania, un uomo armato aprì il fuoco in diversi punti dell’area turistica di Port Arthur, antico sito penitenziario trasformato in luogo storico visitato da famiglie e turisti.
Il bilancio fu devastante: 35 persone uccise e numerosi feriti. Il responsabile, Martin Bryant, allora 28enne, venne arrestato la mattina successiva dopo un assedio nella zona del Seascape Cottage, dove aveva preso un ostaggio e dove si era rifugiato dopo la strage.

Massacro di Port Arthur: la sparatoria al Broad Arrow Café e la fuga armata
La sequenza della strage iniziò prima dell’arrivo al sito storico. Bryant uccise una coppia che gestiva una struttura nelle vicinanze, poi raggiunse Port Arthur. Entrò nel Broad Arrow Café, un locale affollato di visitatori, pranzò e poco dopo tirò fuori un fucile semiautomatico da una borsa.
In pochi minuti la scena diventò irreale. All’interno del caffè e nelle aree vicine caddero molte delle vittime. Poi l’uomo uscì nel parcheggio, continuò a sparare, rubò un’auto, colpì altre persone lungo la strada e tornò verso il Seascape Cottage. Durante la notte, circondato dalla polizia, tenne l’area sotto tensione fino all’incendio dell’edificio e alla cattura.
Bryant si dichiarò colpevole di 35 omicidi. Venne condannato a 35 ergastoli, senza possibilità di libertà condizionale. Il movente non è mai stato chiarito in modo soddisfacente, anche se nel procedimento emersero rancori personali, isolamento e una pianificazione precedente all’attacco.
La risposta dell’Australia e il National Firearms Agreement
Il massacro non rimase solo una ferita nazionale: diventò un punto di svolta politico. Il primo ministro John Howard, in carica da poche settimane, spinse per una riforma uniforme delle leggi sulle armi, fino ad allora molto diverse tra Stati e territori australiani.
Nacque così il National Firearms Agreement del 1996, con restrizioni molto più severe: divieto o forte limitazione di armi automatiche e semiautomatiche, registrazione nazionale, licenze più controllate, periodo di attesa, obbligo di motivazione valida per possedere un’arma e un grande programma di riacquisto e distruzione delle armi vietate.
Più di 650.000 armi vennero consegnate o distrutte nel buyback. Il sito di Port Arthur conserva oggi un Memorial Garden, costruito nell’area del Broad Arrow Café, come luogo di memoria e silenzio. Il nome di Port Arthur resta legato a due immagini opposte: l’orrore di una domenica di aprile e la scelta di un Paese di trasformare il trauma in una riforma destinata a fare scuola nel mondo.