Tanta volontà, ma poche, pochissime occasioni da gol: il Milan fa una gran fatica dalla cintola in su. Se non si accende Suso, la squadra non offende.

È successo di nuovo. Il Milan ha incrociato una big, ha lottato, per lunghi tratti ha anche giocato meglio, ma alla fine ha perso. No, non può essere una casualità né tantomeno colpa (solo) della sfiga. C’è qualcosa che non funziona. È un difetto, un neo grosso così. O meglio, una carenza, probabilmente strutturale. Perché se è vero che Leo Bonucci e soci non hanno affatto sfigurato al San Paolo (soprattutto nella ripresa), è altrettanto vero che Pepe Reina, gol – bello, bellissimo! – di Romagnoli a parte, non ha mai dovuto ricorrere a chissà quale stratagemma per fermare gli attacchi rossoneri.

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Non è una questione di atteggiamento, perché la squadra, come detto, ci ha messo tutta la buona volontà di questo mondo. E la qualità c’è, inutile star qui a rimuginare sul mancato acquisto di quello o quell’altro calciatore. Suso, Bonaventura, Biglia, lo stesso André Silva. E poi Kalinic, Calhanoglu, Ricardo Rodríguez, Bonucci… Insomma, non sarà una rosa di primissimo spessore, ma neanche un gruppo così scadente da sei sconfitte e un pareggio in tredici giornate. Il problema, semmai, è tecnico, di organizzazione: questo Milan, là davanti, non fa paura a nessuno. Non arrivano rifornimenti, né dagli esterni né dalla trequarti. Il centravanti di riferimento è spesso isolato e costretto a lottare (da solo) contro la difesa avversaria.

I rossoneri lavorano piuttosto bene in uscita (anche se a volte si appoggiano un po’ troppo al portiere), ma faticano tremendamente dalla cintola in su. Con queste premesse diventa complicato far gol a squadre organizzate come Roma, Juve e Lazio. Mister Montella dovrà giocoforza assumersi le sue responsabilità: se il Milan, dopo tanti mesi di lavoro, non ha ancora un’identità, se l’intesa in campo è minima, se le soluzioni in fase di possesso sono scarse, l’allenatore non può non avere colpe.

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ultimo aggiornamento: 19-11-2017


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