Obsolescenza programmata, il caso Apple non è isolato

L’obsolescenza programmata è una strategia economica, finalizzata a limitare la durata dei prodotti nel tempo. Il caso di Apple ha riacceso i riflettori su questo problema.

Durante il mese di dicembre del 2017, Apple è stata al centro di una polemica legata ai vecchi dispositivi. Alcuni ricercatori infatti hanno dimostrato che gli ultimi aggiornamenti del sistema operativo iOS hanno al loro interno funzioni che limitano le prestazioni dei dispositivi meno recenti. In parole povere, il nuovo sistema operativo di Apple “rallenta” gli smartphone meno recenti. La casa si Cupertino è stata accusata da più parti di obsolescenza programmata, ma il problema è più complesso.

Obsolescenza programmata: la storia di Apple

La realtà, come sempre, non è semplice, in particolare quando si tratta di software e hardware. In questo caso l’azienda ha dichiarato che i rallentamenti, innegabili, erano pensati per evitare spegnimenti improvvisi, dovuti al possibile deterioramento delle batterie. I detrattori di Apple hanno quasi immediatamente replicato che il problema, in realtà, è l’impossibilità di sostituire le batterie dei vecchi dispositivi, se non pagando la ragguardevole cifra di 79 dollari (89 euro per il mercato italiano) presso un centro abilitato. Come risposta a questa nuova istanza, Apple ha pubblicato un messaggio di scuse in cui annuncia che il costo per la sostituzione delle batterie, per tutto il 2018, sarà di 29 euro anziché 89. Molti hanno interpretato questa come una ammissione di colpa, ma naturalmente nessuno, al di fuori degli uffici del quartier generale Apple, può sapere se si è trattato semplicemente di una operazione di marketing riparatorio.
Quello che è certo è che Apple non è nuova a casi di questo tipo. Nel 2011, per esempio, ha introdotto nei suoi prodotti un nuovo tipo di vite, brevettato e proprietario, per impedire ai proprietari di iPhone e MacBook qualsiasi tipo di intervento non ufficiale all’interno dei suoi dispositivi. Compresa, per esempio, la sostituzione della batteria nei computer portatili.
Andando ancora più indietro, uno dei primi video virali della storia, visto ben sei milioni di volte nel 2003, prima ancora che esistesse YouTube, raccontava di come le batterie degli iPod di allora fossero progettate per durare solo 18 mesi, e non fossero fornite parti di ricambio.

Ecco il video che racconta il problema della durata delle batterie negli iPod del 2003:

L’ultimo caso tuttavia è così eclatante che, per esempio, il governo francese ha deciso di intervenire, aprendo una indagine contro Apple.

L’obsolescenza programmata è una base dell’economia moderna

Niente di nuovo sotto il sole tuttavia: che la durata degli oggetti sia sempre minore con il passare degli anni è visibile a tutti. Sono sempre di più infatti gli oggetti che, quasi regolarmente, si rompono poco tempo dopo la scadenza della garanzia. Sempre per rimanere in campo elettronico e sempre in Francia, per esempio, l’associazione Halte à l’obsolescence programme ha promosso un’azione legale analoga nei confronti di Epson, accusata di abbreviare in modo artefatto la vita delle stampanti e delle cartucce, segnalandole come vuote quando contengono ancora inchiostro.

La Francia infatti riconosce l’obsolescenza programmata come reato dal 2015. Il problema tuttavia non riguarda solo il mondo digitale: automobili, elettrodomestici, e addirittura collant, sono coinvolti. I “sintomi” sono facilmente riconoscibili: sempre più parti in plastica o che si usurano facilmente, e pezzi di ricambio sempre meno reperibili e sempre più difficili da sostituire, per esempio.

L’obsolescenza programmata però non è un male degli ultimi anni: nasce praticamente insieme alla produzione industriale di massa. I passaggi chiave che gli storici (e Wikipedia) riconoscono in merito sono almeno due: il cartello Phoebus del 1924, con il quale i produttori di lampadine decisero di limitarne la durata a circa 1000 ore di esercizio. Su questo cartello tuttavia ci sono anche luci: secondo alcuni la scelta fu fatta anche per stabilire una luminosità minima che le lampade a incandescenza dovevano avere.

Quasi della stessa era, nel documento Ending the Depression Through Planned Obsolescence del 1932, Bernard London sosteneva che il modo migliore per rilanciare l’economia sarebbe stato quello di imporre per legge l’obsolescenza dei generi di consumo. Ma i casi storici sono moltissimi: in campo automobilistico, per esempio, si pensa che l’introduzione dell’obsolescenza programmata sia da attribuire a General Motors, che a metà degli anni ’20 iniziò a forzare la mano sulla domanda dei consumatori introducendo nuovi modelli, colori e varianti a un ritmo molto più sostenuto dei concorrenti.

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La Centennial Bulb è una lampadina che funziona da 117 anni, ed è la mascotte dei detrattori dell’obsolescenza programmata (fonte foto: centennialbulb.org)

Obsolescenza programmata, obsolescenza percepita e prevenzione delle riparazioni

Tecnicamente, ci troviamo davanti all’obsolescenza programmata quando un oggetto si rompe, o comunque diventa inutilizzabile. Nel campo dei beni di consumo elettronici tuttavia, spesso ci si trova davanti a un fenomeno diverso, ovvero l’obsolescenza percepita: il nostro computer, smartphone o console non si “guastano”: diventano sempre più lenti, perché i programmi e i sistemi operativi sono sempre più pesantiottimizzati solo per le nuove versioni.

Una corsa che, anche se negli ultimi anni si è rallentata, è sempre attuale. Come sanno bene gli esperti di videogiochi, non è inusuale che un videogame appena uscito sprema l’hardware fino al punto di rendere necessario un aggiornamento del sistema di gioco.
Un altro esempio di obsolescenza percepita, anche se in questo caso la leva è soprattutto commerciale, è la risoluzione dei televisori. Il CES di Las Vegas sta vedendo fra i protagonisti i televisori con risoluzione 8K, quando la maggior parte dei produttori di contenuti, in particolare televisivi, arriva a malapena alla risoluzione Full HD, sedici volte inferiore.

L’ultimo tema, diverso ma sempre legato all’invecchiamento prematuro dei nostri oggetti, è la prevenzione delle riparazioni. In questo caso il “trucco” è semplice: usando viti con teste proprietarie, chiusure termosaldate o a incastro, colle e progettando gli oggetti in modo che alcune parti siano difficili da raggiungere, si rende la riparazione antieconomica, facendola diventare praticamente impossibile, o comunque molto complicata.

Come ci si difende dall’obsolescenza programmata?

Purtroppo non ci sono molti modi per capire prima di acquistare se la nostra auto, la nostra lavatrice o il nostro divano sono progettati per diventare obsoleti rapidamente, a meno di essere esperti del settore. Tuttavia possiamo prevenire il problema usando prima di tutto la nostra esperienza: se abbiamo avuto un problema in passato con un prodotto, scegliamone uno di un’altra azienda.

Poi, se abbiamo un po’ di dimestichezza con la Rete e con l’inglese, possiamo affidarci alle informazioni presenti su siti come iFixit, disponibile anche in italiano, e repair.org che si occupano di riparabilità e spesso forniscono informazioni sui prodotti più o meno inclini a problemi di durabilità. Infine anche le recensioni sui prodotti presenti sui siti dei rivenditori indipendenti possono essere di aiuto, in particolare se stiamo per comprare un oggetto che è già sul mercato da qualche tempo.

Fonte foto copertina: https://pixabay.com/en/lost-places-factory-old-leave-1719531/

ultimo aggiornamento: 09-01-2018

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