Un ariete per il Milan: Oliver Bierhoff, il bomber di Karlsruhe

La storia rossonera del centravanti tedesco, uno dei più grandi colpitori di testa degli anni ’90.

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Bierhoff Milan – “Oliver ‘gravità zero’ Bierhoff salta e torna giù con le sopracciglia ghiacciate, smentendo ancora una volta Isacco Newton, quello della mela“. Così Carlo Pellegatti commentava alcuni anni fa le qualità aeree stupefacenti del centravanti di Karlsruhe, uno che coi piedi non se la cavava benissimo, ma non è che ne avesse poi tanto bisogno. Oltre un metro e novanta, per circa novanta chili, Bierhoff compensava una tecnica grezza con una baldanze supremazia nel gioco aereo, tanto da risultare uno dei più grandi colpitori di testa sul finire dello scorso secolo: un vero incubio per le difese. Giocò al Milan per tre stagioni, il buon Oliver, risultando decisivo per lo scudetto del 1998/99. Ripercorriamo insieme la sua parentesi rossonera, consacrazione definitiva nel calcio che conta.

Bierhoff Milan: questione di testa (più che di cuore)

Eroe scudetto. Le cose migliori della carriera di Bierhoff sono accadute in Italia, se si escludono le parentesi con la Nazionale. Giunto piuttosto giovane all’Ascoli, si impose realmente dopo il passaggio all’Udinese, divenendo anche capocannoniere nella sua terza stagione in bianconero, nel 1997/98, con 27 reti: era dal ’61 che un giocatore non metteva a segno tanti gol nella nostra Serie A. Notato dal Milan, fu portato in rossonero da Zaccheroni, che proprio a Udine lo aveva fatto sbocciare. In coppia con George Weah, Bierhoff divenne l’autentico eroe scudetto della stagione 1998/99, mettendo a  segno 19 reti, delle quali ben 15 di testa. Incredibile l’assortimento che il tedesco e il liberiano mostravano in campo: una simbiosi perfetta. Ma a rendere micidiale l’apporto del bomber di Karlsruhe furono anche i cross precisi del lento laterale Guly, pennellate insospettabili. Fu una vera impresa: il Milan riuscì a rimontare nel finale di campionato sette punti alla Lazio, con un pizzico di fortuna e tanta tanta caparbietà.

La concorrenza di Sheva. L’arrivo nell’estate successiva di un giovanissimo attaccante di grandi speranze, l’ucraino Shevchenko, mise sotto pressione l’ariete tedesco, che comunque riuscirà a timbrare undivi volte il cartellino. Meno uilizzato l’anno successivo, il suo ultimo a Milano. Il trentatreenne Bierhoff divenne un rincalzo della coppia Sheva-José Mari, e al termine dell’anno, complice l’allontanamento del mentore Zac, scelse di cambiare definitivamente aria, lasciando comunque un buon ricordo dalle parti di Milanello: in 119 presenze in rossonero collezionò l’onesto bottino di 44 reti.