La storia dell’omicidio della famiglia Bain, trovata uccisa a Dunedin il 20 giugno 1994: la condanna di David Bain, il nuovo processo e un colpevole mai stabilito definitivamente.
La mattina del 20 giugno 1994, cinque componenti della famiglia Bain vennero trovati uccisi nella loro abitazione al 65 di Every Street, a Dunedin, in Nuova Zelanda. Le vittime erano Robin Bain, 58 anni, la moglie Margaret, 50, e i figli Arawa, 19, Laniet, 18, e Stephen, 14.
L’unico superstite era il figlio maggiore David Bain, studente universitario di 22 anni. Disse di essere uscito prima dell’alba per il consueto giro di consegna dei giornali e di avere scoperto i cadaveri al proprio ritorno. Gli investigatori sostennero invece che fosse stato lui a sterminare la famiglia, usando la propria carabina semiautomatica calibro .22.
Nel 1995, David venne riconosciuto colpevole di tutti e cinque gli omicidi e condannato all’ergastolo. Dopo quasi tredici anni di detenzione, il Privy Council annullò le condanne perché le nuove prove non erano state valutate da una giuria e riconobbe che si era verificato un grave errore nel procedimento.
Al nuovo processo del 2009, David Bain venne assolto da tutte le accuse. Il verdetto stabilì che la procura non aveva dimostrato la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, ma non identificò formalmente il padre Robin come autore della strage. Ancora oggi non esiste quindi una conclusione giudiziaria definitiva su chi abbia ucciso i cinque membri della famiglia.

Famiglia Bain: la casa di Every Street e il messaggio lasciato sul computer
I corpi erano distribuiti in diverse stanze della grande abitazione di legno. Robin Bain venne trovato nel soggiorno, vicino alla carabina. Margaret, Arawa, Laniet e Stephen erano stati uccisi nelle rispettive zone della casa. Stephen aveva anche cercato di opporsi all’aggressore e nella sua camera erano presenti i segni di una violenta colluttazione.
Quando David rientrò dal giro dei giornali, mise in funzione la lavatrice, salì nelle camere e chiamò i servizi di emergenza. Secondo il suo racconto, aveva lavato gli abiti indossati nei giorni precedenti e si era pulito le mani sporche di inchiostro. La procura interpretò invece la lavatrice come il tentativo di eliminare il sangue rimasto sui vestiti dopo gli omicidi.
Sul computer di famiglia era stato scritto il messaggio: “Mi dispiace, sei l’unico che meritava di restare”. Per l’accusa era stato David a lasciarlo per simulare una strage compiuta dal padre prima del suicidio. La difesa sostenne che fosse stato Robin a scriverlo, dopo avere ucciso la moglie e quattro figli mentre David si trovava fuori casa.
La ricostruzione dell’accusa prevedeva che David avesse ucciso madre e fratelli prima delle 5.45, fosse uscito per il giro dei giornali e avesse eliminato Robin dopo il ritorno. Avrebbe quindi sistemato l’arma e il caricatore accanto al padre per costruire l’apparenza di un omicidio-suicidio.
La difesa presentò una sequenza opposta: Robin, separato di fatto dalla moglie e residente in una roulotte nel giardino, avrebbe ucciso gli altri familiari, acceso il computer e poi rivolto contro di sé la carabina. David avrebbe trovato la famiglia morta soltanto dopo essere rientrato.
Al centro del processo finirono le impronte di David sulla carabina, un paio di occhiali collegato alla scena della lotta con Stephen, le tracce rilevate con il luminol, l’orario di accensione del computer e la posizione del caricatore vicino alla mano di Robin. Quasi tutti questi elementi sarebbero stati successivamente riesaminati o contestati.
La condanna annullata, l’assoluzione e una verità rimasta sospesa
Il primo processo si svolse nel maggio 1995 e terminò con cinque verdetti di colpevolezza. Tra gli elementi presentati contro David figuravano le sue impronte sulla carabina, i guanti macchiati di sangue trovati nella camera di Stephen e alcune tracce che, secondo l’accusa, collegavano il ragazzo alle stanze delle vittime.
Negli anni successivi emersero nuovi elementi. Le impronte sulla carabina non erano state sottoposte prima del processo a un esame capace di confermare che fossero impresse nel sangue umano. Venne contestata anche l’attribuzione a David di un’impronta di calzino rilevata nella casa, mentre la ricostruzione dell’orario di accensione del computer risultò meno precisa di quanto sostenuto davanti alla prima giuria.
Nuove testimonianze descrissero inoltre Robin Bain come depresso e sempre più disorganizzato. La difesa produsse dichiarazioni secondo le quali Laniet avrebbe raccontato di avere subito abusi sessuali dal padre e di voler rivelare tutto alla famiglia. Quelle accuse non furono mai accertate in un processo contro Robin, che era morto, ma il Privy Council stabilì che avrebbero potuto modificare la valutazione della giuria sul possibile movente.
Il 10 maggio 2007, il Privy Council concluse che l’effetto complessivo delle nuove prove aveva provocato un grave errore giudiziario, annullò le cinque condanne e ordinò un nuovo processo. Non dichiarò David innocente e non indicò Robin come assassino: stabilì che la decisione spettava a una nuova giuria.
Il secondo processo durò circa tre mesi. Il 5 giugno 2009, la giuria dell’Alta Corte di Christchurch dichiarò David Bain non colpevole di tutti e cinque gli omicidi. L’assoluzione cancellò ogni responsabilità penale a suo carico, ma lasciò senza una risposta definitiva l’identità dell’autore della strage.
David chiese successivamente un risarcimento per l’ingiusta detenzione. Una valutazione commissionata dal governo concluse che non aveva dimostrato la propria innocenza secondo il criterio della maggiore probabilità. Non ricevette quindi una dichiarazione ufficiale di innocenza né il risarcimento previsto per le condanne ingiuste.
Nel 2016, lo Stato gli versò comunque 925.000 dollari neozelandesi a titolo straordinario, per riconoscere la durata e i costi della procedura e scongiurare un ulteriore contenzioso. Il pagamento non equivaleva a un riconoscimento della sua innocenza.