“La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo”.
Così recita il primo articolo della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” un testo pubblicato il 5 settembre 1791, in piena Rivoluzione Francese, dalla scrittrice Olympe de Gouges, con l’intenzione di vederlo approvato dall’Assemblea Nazionale.
Per la prima volta si immaginava una legge che riconosceva alle donne di vedersi attribuita la medesima condizione legale, sociale e politica di cui godevano gli uomini. Non a caso, un po’ polemicamente, Olympe de Gouges utilizzò lo stesso titolo della “Dichiarazione dei diritti e dell’uomo e del cittadino”, pietra miliare di ogni successiva dichiarazione di diritti a partire dalla Costituzione Americana.
Nella sua opera, de Gouges elencò i diritti attribuiti solo agli uomini, evidenziando che alle donne non erano riconosciuti il diritto di voto, il diritto di accesso alle istituzioni pubbliche e alle professioni liberali quali l’avvocatura, e il diritto di proprietà, situazione che perdurerà, non solo in Francia, ancora molto a lungo.
Limitandoci all’Italia, le donne vedranno riconosciuta la propria autonomia patrimoniale rispetto al marito – e, quindi, la possibilità di poter accedere anche alle professioni liberali tra cui l’avvocatura – nel 1920, potranno votare solo dal 1945 in occasione del referendum tra Monarchia e Repubblica, diventeranno giudici nel 1963, poliziotte nel 1981 e membri delle forze armate nel 1999.
Chi era Olympe de Gouges
Ma chi era questa drammaturga e attivista rivoluzionaria che per prima pose l’accento su tematiche che saranno oggetto di tutte le rivendicazioni femminili da lì a venire, a partire dal movimento delle Suffragette.
Olympe de Gouges, che prima ancora di occuparsi della condizione femminile, aveva elaborato un trattato in cui contestava la schiavitù dei neri americani, fu una figlia illegittima che ebbe accesso a studi piuttosto modesti, sperimentando per la prima volta la sua condizione di subordinazione femminile quando, a soli 16 anni, fu costretta a sposare un uomo molto più anziano che non amava. Giovane madre presto vedova, decise di trasferirsi a Parigi per offrire al figlio, futuro generale della Repubblica, quell’educazione che a lei era mancata.
Giunta nella capitale, la sua intelligenza e il suo fascino la portarono presto a frequentare i migliori salotti e la più alta nobilità e a intraprendere la carriera di scrittrice. Legata a un alto funzionario di marina che, in ragione della prima infelice esperienza, rifiutò sempre di sposare, fu oggetto di feroci allusioni: la sua libertà di vita fu il pretesto con cui chi si sentiva minacciato dalle sue posizioni liberali la dipinse come una cortigiana e nulla più. In realtà de Gouges si dimostrò presto una valente drammaturga tanto che una sua opera dedicata alla schiavitù, “Il naufragio dei neri”, fu inserita ed è tuttora presente nel repertorio della Comédie Française.
Olympe fu anche la prima donna ad avere la straordinaria intuizione che, spesso, le donne subiscono la forte ostilità non solo dell’altro sesso ma anche di coloro che dovrebbero avere come sorelle. Scrisse: «le donne non hanno mai avuto nemici più grandi di loro stesse. Raramente vediamo donne applaudire una bella azione compiuta da una donna.»

La modernità delle riforme sociali
Fautrice di una monarchia costituzionale, poco prima dell’inizio della Rivoluzione pubblicò brevi trattati politici in cui propose un vasto piano di riforme sociali, evidenziando, tra i primi al mondo, l’esigenza di tutelare i diritti dei bambini, di assistere le ragazze madri, i disabili e gli anziani soli. Una modernità stupefacente che la portò, dopo lunghe riflessioni, a schierarsi per una forma di governo repubblicana.
Ed è questo punto della sua vita, durante la Rivoluzione che, vedendoselo naturalmente contestare, incominciò ad assumere l’accusa o la difesa in diversi processi: «Se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, allora dovrà anche avere il diritto di salire sulla tribuna.»
Nel 1793, disillusa da coloro che avrebbero dovuto guidare la Rivoluzione negli interessi del popolo, assunse prima l’accusa contro Marat e contestò poi a Robespierre di aspirare alla dittatura, opponendosi anche a una legge sulla repressione degli scritti.
Condotta in tribunale, viene condannata a morte sulla ghigliottina. Le testimonianze dell’epoca affermano che morì con grande coraggio e dignità. Le dobbiamo molto.