L’Henry Ford Museum di Dearborn, in Michigan, raccoglie la collezione personale di automobili d’epoca di Henry Ford: a metà percorso, però, c’è un autobus, il numero 2857, speciale oggetto dell’attenzione dei visitatori.
È l’autobus sul quale, il 1° dicembre 1955, viaggiava Rosa Parks, l’attivista nera che rifiutò di cedere il suo posto a un bianco, aprendo così la strada al movimento che avrebbe portato alla fine della segregazione razziale.
Rosa, afroamericana nata in una famiglia di umili origini dell’Alabama, durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando seguì la madre trasferitasi per lavoro a Detroit, nel nord del paese, si rese conto che qui gli afroamericani godevano di molta più libertà rispetto al Sud, ancora caratterizzato da rigide norme razziali.
Attivisti nel movimento per i diritti civili degli afroamericani i genitori e attivista anche il marito, che sposò giovanissima mentre già lavorava come sarta, a vent’anni, completati gli studi, iniziò a dedicarsi al movimento, impegnandosi in particolar modo per la causa degli “Scottsbboro Boys”, nove ragazzini neri accusati ingiustamente di aver stuprato, su un treno, due ragazze bianche. Parks, organizzando numerose manifestazioni in loro favore, riuscì ad ottenerne la liberazione.
Iniziò così la sua carriera nell’associazione nazionale per la promozione dei diritti degli afroamericani, la NAACP, in cui collaborò, tra gli altri, con un giovane Martin Luther King.

La svolta
Ma è il 1° dicembre 1955 che Rosa fa la storia. Quel giorno, rientrando a casa dal lavoro in un grande magazzino di Montgomery, prese l’autobus, il 2857. I posti liberi riservati ai neri erano tutti occupati e così si sedette sul primo posto dietro l’area riservata ai bianchi, nello spazio disponibile sia per bianchi che per i neri, che avevano però l’obbligo di cedere il posto se sull’autobus fosse salito un bianco.
Dopo tre fermate, un ex militare, James Blake salì sull’autobus. Blake era una “vecchia conoscenza” di Rosa visto che, nel 1943, quando era salita su un autobus dalla porta anteriore, riservata i bianchi, Blake le aveva intimato di scendere, obbligandola a risalire dalla porta posteriore, quella dei neri.
Ebbene, quel giorno di dodici anni dopo, Blake chiese a Rose si alzarsi e andare in fondo all’autobus per fare spazio a un passeggero bianco salito dopo di lei. Con educazione e calma Rose rifiutò di alzarsi. A quel punto l’autista chiamò la polizia che ne dispose l’arresto con l’accusa di “condotta impropria”.
Poche ore dopo, Cliffor Durr, avvocato bianco da sempre impegnato nella battaglia per i diritti civili della comunità afroamericana, pagò la cauzione di Parks che viene scarcerata.
La notizia dell’arresto si propagò velocissima e diede vita a un’immediata reazione di protesta: furono stampati e distribuiti ovunque migliaia di volantini che invitavano a boicottare gli autobus, lo stesso Martin Luther King si impegnò a diffondere l’iniziativa.
Il boicottaggio degli autobus
Il 6 dicembre cominciò così quello che è rimasto noto come il “boicottaggio degli autobus di Montgomery”, durato 381 giorni: le proteste si diffusero in tutto il paese e videro il sostegno di buona parte dell’opinione pubblica, non solo nera.
Così, quando l’anno dopo il caso Parks fu discusso davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti quest’ultima, all’unanimità dichiarò l’incostituzionalità della segregazione sugli autobus pubblici dell’Alabama.
Molti anni dopo Parks commentò: “Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente,non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro (…). No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire”.