Referendum: il 12 si avvicina ma nessuno ne parla

Referendum: il 12 si avvicina ma nessuno ne parla

Sia i partiti promotori Lega e Radicali sia le altre forze politiche si sono ammutolite sui quesiti del referendum.

Il 12 giugno è la data in cui si voterà per le amministrative ma non solo. Ci sono anche i cinque referendum sulla giustizia ma pare che la politica se ne è dimenticata. Nessun dibattito né per il sì né per il no su un argomento che già non appartiene al cittadino comune, ovvero l’ordinamento del Csm e della giustizia.

Molti quesiti sono contenuti nella riforma Cartabia che sta completando il suo iter in Parlamento. Ma fra una settimana gli italiani saranno chiamati a decidere. Molto scetticismo c’è sulla questione del quorum, ovvero il numero necessario per validare il referendum. Secondo molti analisti non si raggiungerà e quindi tutto sarà rimandato alla politica.

L’interesse pubblico, non alimentato dal dibattito politico, è ridotto al minimo. I quesiti relativi all’andamento del Csm appartengono esclusivamente ai magistrati e il cittadino comune è abbastanza esente da questa decisione. Molti cittadini non andranno a votare e secondo il sondaggio Ipsos circa il 30% voterà non raggiungendo mai il quorum del 50% più uno degli aventi diritti.

Tribunale

Ma i cittadini cosa ne sanno?

Tre quesiti su cinque sono estremamente tecnici – la separazione delle funzioni, candidature al Csm e voto nei consigli giudiziari. Questo non motiva il cittadino a dover esprimere una votazione su una questione completamente al di fuori della sua competenza. Per quanto riguarda gli altri due invece – abrogazione del decreto Severino e limiti alle misure cautelari – sono passati molto in sordina e molto impopolari.

Gli unici che avrebbero portato davvero le persone alle urne erano i referendum che sono stati bocciati – eutanasia legale e legalizzazione della cannabis. Ma la Consulta ha bocciato a febbraio questi due quesiti e i cittadini si sono disinteressati a questo referendum. Forse una maggiore affluenza si potrà avere solo nelle città in cui si vota per le amministrative. I cittadini indotti da un’unica votazione potrebbero trovarsi a votare anche per i referendum sulla giustizia.

La campagna dei referendum sfumata nel vento

Il problema politico di questo referendum è stato il fallimento della propaganda di Salvini. Il leader leghista si era concentrato soprattutto sulla responsabilità civile dei magistrati, l’unico ad essere stato bocciato dalla Consulta sul tema giustizia. La sua campagna si è dissolta con una porta in faccia della Corte Costituzionale, quindi. Ma anche la sua alleata Meloni si è data da fare per smontare tutti i suoi presupposti.

La leader di Fratelli d’Italia ha bocciato subito i due quesiti sulla legge Severino e le misure cautelari. Dicendo che “la proposta sulla carcerazione preventiva impedirebbe di arrestare spacciatori e delinquenti comuni“, mentre abrogare la legge sui condannati in Parlamento sarebbe “un passo indietro nella lotta alla corruzione”. A Salvini quindi non è rimasto nulla in mano e ha preferito tacere.

Salvini grida alla censura

Ora dopo un lungo silenzio sull’argomento Matteo Salvini si scaglia contro la censura dei media riguardo ai referendum e chiede l’intervento di Draghi e Mattarella. «Lo sconcio è la censura, il silenzio, il bavaglio che vengono nascosti da troppe televisioni e troppi politici. Mentre è solo un’occasione storica per milioni di italiani per far le riforme che la politica non ha fatto in trent’anni, e spero che milioni e milioni di italiani colgano questa opportunità e vadano a votare».

Gli italiani non andranno a votare e ora il leghista chiede ai vertici dello Stato di spronarli affinché vadano a rispondere ai quesiti referendari. Ma la verità è che chi si sta autocensurando è proprio lui come anche l’altro partito promotore del referendum i Radicali, che però non è al governo e non fa parte della maggioranza.