La storia di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano: il crack finanziario, i rapporti con IOR e P2, la fuga a Londra e la morte sotto il ponte dei Frati Neri.
Roberto Calvi è uno dei nomi più enigmatici della storia italiana del Novecento. Presidente del Banco Ambrosiano, venne soprannominato il “banchiere di Dio” per i rapporti con lo IOR, la banca vaticana, e per il ruolo centrale che il suo istituto ebbe in un sistema finanziario fatto di società estere, passaggi opachi di denaro e relazioni pericolose.
La sua vicenda esplose all’inizio degli anni Ottanta, quando il Banco Ambrosiano entrò in una crisi irreversibile. Dietro la facciata di grande banca privata emersero operazioni internazionali difficili da controllare, legami con ambienti della loggia P2, rapporti con il Vaticano e un dissesto destinato a diventare uno dei più clamorosi scandali finanziari italiani.

Roberto Calvi: il crack del Banco Ambrosiano
Calvi aveva costruito la propria ascesa dentro il Banco Ambrosiano, fino a diventarne il dominus. Sotto la sua guida, la banca si era proiettata all’estero, soprattutto attraverso strutture in Svizzera, Lussemburgo e America Latina. Quel sistema, però, diventò sempre più fragile: finanziamenti, società offshore e garanzie contestate finirono per aprire un buco enorme nei conti.
Nel 1981 Calvi venne arrestato per esportazione illecita di valuta, poi tornò libero in attesa dell’appello. La situazione precipitò nel 1982. Mentre il Banco Ambrosiano stava andando verso il crollo, Calvi lasciò l’Italia con un passaporto falso e raggiunse Londra, sperando di trovare appoggi e soluzioni in extremis.
La morte a Londra e il caso mai chiuso
La mattina del 18 giugno 1982 il corpo di Roberto Calvi venne trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, il Blackfriars Bridge, sul Tamigi. Aveva mattoni nelle tasche, denaro addosso e le mani legate dietro la schiena. In un primo momento la morte fu interpretata come suicidio, ma quella ricostruzione apparve presto debole e piena di ombre.
Le indagini successive portarono a considerare con forza l’ipotesi dell’omicidio. Il contesto era esplosivo: il Banco Ambrosiano stava crollando, lo IOR negava responsabilità dirette sulle garanzie estere, la P2 era già al centro di uno scandalo nazionale e i magistrati ipotizzarono collegamenti con interessi mafiosi e finanziari.
Il processo per la morte di Calvi, però, non portò a condanne definitive. Giuseppe “Pippo” Calò, Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi, Silvano Vittor e Manuela Kleinszig furono assolti. La Cassazione rese definitive le assoluzioni nel 2011, per insufficienza o contraddittorietà delle prove nei confronti degli imputati.
Roberto Calvi resta così una figura simbolo: non solo un banchiere travolto dal fallimento del suo impero, ma il protagonista di un intreccio di finanza, potere, Vaticano, massoneria e criminalità. Una morte mai davvero chiarita, sospesa tra verità giudiziaria incompleta e una lunga ombra sulla storia italiana.