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Sonya Caleffi: la storia dell’angelo della morte
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Sonya Caleffi: la storia dell’infermiera chiamata “l’angelo della morte”

corridoio di un ospedale

La vicenda di Sonya Caleffi, l’infermiera condannata per cinque omicidi e due tentati omicidi all’ospedale Manzoni di Lecco: le iniezioni d’aria, l’arresto, la condanna e il ritorno in libertà.

Il nome di Sonya Caleffi è legato a una delle pagine più inquietanti della cronaca sanitaria italiana. Infermiera comasca, lavorava nel reparto di medicina dell’ospedale Manzoni di Lecco quando, nel 2004, una serie di morti improvvise e peggioramenti inspiegabili attirò l’attenzione dei medici e poi degli investigatori.

All’inizio sembravano decessi compatibili con l’età e le condizioni fragili dei pazienti. Ma qualcosa non tornava: alcune persone ricoverate non erano considerate in imminente pericolo di vita, eppure morivano o crollavano all’improvviso. Le indagini portarono a una ricostruzione terribile: Caleffi avrebbe provocato embolie iniettando aria nelle vene dei pazienti.

infermiera spinge barella in ospedale
infermiera spinge barella in ospedale

Sonya Caleffi: le morti sospette all’ospedale Manzoni

Il caso esplose nel dicembre 2004, quando l’infermiera venne arrestata. Secondo l’accusa, aveva agito su pazienti anziani e vulnerabili, persone affidate alle cure dell’ospedale e quindi in una condizione di totale fiducia verso il personale sanitario.

La giustizia le ha attribuito in via definitiva cinque omicidi: quelli di Maria Cristina, Biagio La Rosa, Teresa Lietti, Ferdinando Negri ed Elisa Colomba Riva. A questi si aggiunsero due tentati omicidi, quelli di Giuseppe Sacchi e Francesco Ticli. Altri episodi vennero ipotizzati durante l’inchiesta, ma non tutti portarono a responsabilità accertate: per questo il numero giudiziariamente solido resta quello stabilito dalla sentenza definitiva.

La condanna, le confessioni e il ritorno in libertà

Nel corso della vicenda, Caleffi rese dichiarazioni poi modificate e ritrattate. Il processo affrontò anche il tema della sua condizione psicologica, ma la responsabilità penale venne riconosciuta. Nel 2007 fu condannata a 20 anni di reclusione; nel 2008 la Cassazione rese definitiva la condanna, rigettando sia il ricorso dell’imputata sia quello della procura, che chiedeva una pena più severa.

Il soprannome mediatico di “angelo della morte” nacque proprio dal contrasto tra il ruolo di cura dell’infermiera e la violenza nascosta dei delitti. Non c’era una scena del crimine evidente, non c’erano armi tradizionali: l’orrore passava attraverso un gesto clinico, compiuto in corsia.

Nel 2018, dopo circa 14 anni di carcere, Sonya Caleffi è tornata libera grazie a indulto e benefici di legge legati alla buona condotta.

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ultimo aggiornamento: 18 Giugno 2026 15:48

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