La ricerca di un compromesso con Teheran riaccende le divergenze tra Washington e Gerusalemme. Netanyahu teme concessioni all’Iran, mentre Trump insiste sulla via negoziale.
L’accordo raggiunto dall’amministrazione Trump con l’Iran per mettere fine a oltre tre mesi di guerra rischia di aprire una delle più profonde fratture degli ultimi anni nei rapporti tra Washington e Gerusalemme. Se alla Casa Bianca l’intesa viene presentata come il primo passo verso la stabilizzazione del Medio Oriente e la riapertura dello Stretto di Hormuz, in Israele cresce invece la preoccupazione che Teheran possa uscire dal conflitto con risorse economiche sufficienti per ricostruire le proprie capacità militari e rilanciare il programma nucleare.
Nelle ultime ore il primo ministro Benjamin Netanyahu ha intensificato i contatti con l’amministrazione americana nel tentativo di ottenere chiarimenti sui contenuti dell’accordo, che dovrebbe essere formalmente firmato entro la fine della settimana. Secondo fonti vicine al governo israeliano, il premier starebbe cercando con urgenza un incontro diretto con Donald Trump per comprendere quali concessioni siano state effettivamente accordate alla Repubblica islamica.

Le tensioni sono esplose dopo il raid israeliano condotto nel fine settimana contro Beirut in risposta agli attacchi di Hezbollah. L’operazione ha rischiato di compromettere il delicato equilibrio diplomatico costruito dai mediatori internazionali e ha provocato una dura reazione della Casa Bianca. Trump ha criticato apertamente l’azione israeliana, sostenendo che Israele avrebbe dovuto interrompere gli attacchi in Libano. Una posizione che appare in contrasto con il cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti all’inizio di giugno, basato sul principio della cessazione reciproca delle ostilità tra Israele e Hezbollah.
Le parole del presidente americano sono state immediatamente sfruttate da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che spetta agli Stati Uniti fermare quella che ha definito l’aggressione israeliana contro il Libano. Da Gerusalemme è arrivata una risposta altrettanto netta. Il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che le Forze di Difesa Israeliane manterranno a tempo indeterminato la zona di sicurezza nel Libano meridionale e che Israele agirà autonomamente qualora ritenga necessario impedire all’Iran di acquisire armi nucleari.
Le parole di Netanyahu
Pubblicamente Netanyahu ha evitato lo scontro diretto con Trump. Durante una conferenza stampa ha sostenuto che gli obiettivi principali della guerra sono stati raggiunti e che il programma nucleare iraniano ha subito un duro colpo. «Abbiamo allontanato la minaccia immediata di annientamento», ha dichiarato, aggiungendo però che la battaglia contro l’Iran non è terminata. Dietro le dichiarazioni ufficiali, tuttavia, cresce il malcontento all’interno dell’establishment israeliano.
Molti funzionari temono che l’intesa consenta a Teheran di ottenere un alleggerimento delle sanzioni senza obbligarla a consegnare le proprie scorte di uranio arricchito. Una prospettiva che viene considerata particolarmente pericolosa, soprattutto alla luce delle stime secondo cui l’Iran possiederebbe ancora materiale fissile sufficiente per alimentare fino a undici testate nucleari. Michael Oren, ex ambasciatore israeliano a Washington, ha definito l’accordo una pesante delusione per chi sperava che la guerra producesse una trasformazione strategica dell’intero Medio Oriente. Secondo Oren, il rischio è che Teheran possa utilizzare nuovi flussi finanziari per ricostruire il proprio apparato militare e sostenere nuovamente i suoi alleati regionali, da Hezbollah a Hamas.
Le critiche arrivano anche dagli Stati Uniti. Daniel Shapiro, già vice assistente del segretario alla Difesa per il Medio Oriente, ha osservato che molti israeliani sono profondamente delusi dall’esito del conflitto ma non dovrebbero esserne sorpresi. Secondo numerosi analisti, infatti, Washington e Gerusalemme hanno progressivamente sviluppato priorità diverse man mano che la guerra avanzava. La divergenza è emersa con forza dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Mentre Trump puntava a porre fine rapidamente a una crisi che stava facendo aumentare i prezzi energetici e generava malcontento tra gli elettori americani, Netanyahu cercava di mantenere alta la pressione sul regime iraniano. Con entrambi i leader impegnati in campagne elettorali decisive nei prossimi mesi, le differenze strategiche si sono trasformate in un problema politico.
Un accordo limitato
L’accordo raggiunto tra Washington e Teheran resta comunque limitato. Il memorandum d’intesa prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, una tregua prolungata e l’avvio di successivi negoziati sulle questioni più controverse, dal programma nucleare all’alleggerimento delle sanzioni. Gli Stati Uniti sostengono che qualsiasi beneficio economico sarà subordinato a progressi concreti da parte dell’Iran, mentre i media iraniani parlano già della possibilità di accedere a parte dei fondi congelati all’estero.
Per Israele il timore è che Teheran utilizzi il negoziato per guadagnare tempo e preservare le infrastrutture necessarie a rilanciare in futuro il proprio programma atomico.
La sensazione che emerge a Gerusalemme è che Trump abbia scelto una strada diversa da quella auspicata dal governo israeliano. Come ha sintetizzato l’ex ambasciatore Michael Herzog, «Trump farà ciò che ritiene giusto, indipendentemente dal fatto che sia positivo o negativo per Israele». Una frase che fotografa meglio di qualsiasi analisi la nuova realtà dei rapporti tra i due alleati.